• Dott. Stefano Andreoli

Alcune concettualizzazioni del controtransfert in psicoanalisi

Aggiornato il: 27 ott 2019


Introduzione

Lo sviluppo della concettualizzazione del controtransfert lungo tutta la storia psicoanalitica, è stato parallelo al cambiamento dell’atteggiamento verso lo stesso transfert. Da mera immagine speculare del transfert del paziente, fin dalle origini il controtransfert (comprendendo lo spostamento dei sentimenti passati dell’analista sulla relazione del paziente), è sempre stato considerato un ostacolo, un’intrusione nella relazione analitica di cui l’analista doveva assolutamente sbarazzarsene con la propria analisi. Poi, a partire dalla seconda metà del ‘900 il controtransfert sembra diventare improvvisamente un punto focale su cui converge l’attenzione del mondo psicoanalitico, tanto da riconcettualizzarlo quasi integralmente e influenzarne gli approcci teorici fino ai giorni nostri.

La concezione “classica” di S. Freud (1909)

Il termine “controtraslazione” compare per la prima volta in una lettera di Freud del 1909 diretta a Jung, in cui si si fa riferimento al coinvolgimento emotivo di quest’ultimo nei confronti di una sua paziente, quella che passerà alla storia col nome di Sabine Spielrein. In questa lettera Freud non si focalizza tanto sui sentimenti erotici dell’analista nei confronti della paziente, quanto piuttosto sull’importanza da parte dell’analista di dominare tali sentimenti per non interferire con il trattamento. In genere Freud si riferisce alla tentazione da parte dell’analista maschio di cedere ai possibili atteggiamenti seduttivi di pazienti femmine, ossia di lasciarsi andare ad agiti, con le ovvie conseguenze catastrofiche per la terapia.

Dal carattere puramente erotico, il concetto di controtransfert viene allargato sempre dallo stesso Freud (1910) l’anno successivo, che lo descrive come reazione parallela al transfert del paziente, ossia il transfert dell’analista in risposta a quello del paziente. In tal senso Freud sottolinea la necessità da parte dell’analista di riconoscere questi suoi sentimenti inconsci e di “risolverli” tramite autonalisi o sottoponendosi ad un’ulteriore trattamento psicoanalitico. In tal senso Freud concepisce il controtransfert come costituito da altrettanti complessi nevrotici e resistenze, in grado di definire quindi i confini e i limiti del lavoro che puo’ svolgere l’analista. Compito di ogni analista sarebbe quindi quello di conoscere il proprio controtransfert e tenerlo sotto controllo.

Ma è nel 1912 che Freud genera la famosa similitudine dell’analista chirurgo, che è in grado di mettere da parte tutti i propri affetti per concentrarsi unicamente sull’obiettivo prefissato nella maniera più corretta possibile. Questa raccomandazione tecnica venne giustificata da Freud per due motivi: attraverso lo “schermo bianco” dell’analista, il paziente ha modo di proiettare pensieri, fantasie, conflitti, sentimenti senza essere influenzato dall’analista stesso che, secondo Freud, potrebbe “contaminare” con l’espressione dei propri sentimenti, le associazioni libere del paziente, ossia, in un qualche modo, suggestionarlo. L’altro motivo riguarda il fatto che questo atteggiamento permetterebbe allo stesso analista di salvaguardare la propria vita affettiva da un eventuale eccesso di coinvolgimento nei confronti del paziente.

Freud (1914) in realtà ha sempre riconosciuto l’utilità da parte dell’analista dei propri pensieri e sentimenti in risposta al transfert del paziente, tuttavia argina il significato al concetto di controtransfert alle situazioni in cui il vissuto dell’analista interferisce con il lavoro terapeutico, sia per motivi inconsci, sia perchè il transfert del paziente ha sollecitato i conflitti e le idiosincrasie del terapeuta. Il controtransfert dunque rappresenterebbe un ostacolo alla comprensione delle dinamiche del paziente e al lavoro analitico, e che riguarda intimamente, in ultima istanza, il terapeuta.

Tuttavia M.Eagle (2015) fa notare il fatto che Freud, nonostante consideri il controtransfert direttamente connesso con i conflitti e i residui nevrotici dell’analista, lo limita alla esclusiva reazione al transfert del paziente, mentre in realtà la mera presenza del paziente (l’età, l’aspetto, il genere, l’etnia, ecc.), è in grado di suscitare fantasie, conflitti, pensieri e sentimenti dell’analista ancor prima che il transfert del pazienti si manifesti, e quindi in maniera indipendente dal transfert stesso.

Inoltre Eagle sottolinea quanto sia sorprendente il fatto che nonostante le indicazioni sulla tecnica fornite da Freud e la metafora del “freddo” chirurgo diventata quasi un marchio di fabbrica degli istituti psicoanalitici più conservatori, sia in realtà risaputo che lo stesso Freud non si comportava affatto così coi suoi pazienti (a cui a volte dava da mangiare o prestava denaro), anzi era un terapeuta talmente “presente” nel setting analitico e così diverso dai clichè psicoanalitici che hanno dominato l’America durante gli anni d’oro della psicoanalisi, tanto da essere stato definito in modo ironico da qualche analista ortodosso... “poco freudiano” (vd. Migone [2012]).

Si puo’ quindi “incolpare” Freud di non aver chiarito e sviscerato meglio il tema dal punto di vista teorico e tecnico, il quale, dopo qualche decennio, diventerà una delle questioni più spinose dell’intera letteratura psicoanalitica.

La distinzione di Gitelson (1952)

Gitelson parla di reazioni al paziente in senso dualistico: come totalità da una parte e come reazioni ad aspetti parziali del paziente dall’altra. Nel primo caso l’analista perde l’atteggiamento di neutralità e di empatia in quanto il paziente ha riattivato conflitti e nuclei nevrotici che rischiano di renderlo inadeguato al trattamento di quel particolare paziente. In tal caso Gitelson non parla di controtransfert (ma di transfert dell’analista) in quanto il paziente è stato trasformato dapprincipio, nella sua totalità, in un oggetto transferale dell’analista. Ogni analista possiede quella tipologia di pazienti in grado di riattivare precocemente nuclei conflittuali propri ancor prima che si possa sviluppare la relazione all’interno del setting analitico.

Solo nel secondo caso, le reazioni ad aspetti parziali del paziente, Gitelson si riferisce al controtransfert: ossia reazioni al materiale transferale proiettato dal paziente nei confronti dell’analista una volta avviata la relazione analitica (e che quindi sorge più tardi rispetto alla prima casistica).

E’ da notare che per Gitelson il controtransfert rimane sempre una sorta di ostacolo, sempre un’area non analizzata dell’analista non risolta, motivo per cui suggerisce un periodo di prova in cui verificare, a suo parere, la possibilità di funzionamento della coppia analitica (“matching analitico”). Infatti, per i motivi suddetti Gitelson sostiene che un determinato analista puo’ dimostrarsi particolarmente capace con alcune tipologie di pazienti e non per altri.

Chiaramente, la distinzione non è mai così netta (infatti le due reazioni possono benissimo mescolarsi o scambiarsi in qualsiasi momento della relazione terapeutica), ma puo’ essere utile comprendere che si tratta di reazioni che comportano una diversa “compromissione” da parte dell’analista, e che la capacità da parte dell’analista di riconoscerle e di lavorarci personalmente, determinerà buona parte dell’esito della terapia.

La concezione “totalistica”1 di Racker (1953) e Heimann (1950)

Solo dopo 40 anni dalla definizione freudiana, il controtransfert viene totalmente ridefinito con H.Racker e P.Heimann, trasformandolo da ostacolo alla terapia, a possibile strumento di comprensione del paziente. Secondo Racker infatti, il controtransfert, oltre ad assumere la forma di ostacolo (ossia come punto cieco della terapia), puo’ fungere anche da strumento (l’occasione in cui l’analizzato sperimenta nuove esperienze): attraverso l’attenzione al proprio vissuto emotivo in risposta all’altro, secondo l’autore è possibile capire cosa pensa e cosa sente il paziente.

Essi inoltre smontano l’ideale dello psicoanalista come “schermo bianco” e come osservatore oggettivo in grado di leggere l’inconscio del paziente senza alcun tipo di contaminazione, in quanto considerano le risposte emotive del terapeuta come inevitabili all’interno della relazione analitica; il controtransfert rimane sempre e comunque una presenza ineludibile. Questi autori usano il termine per definire tutti i sentimenti che l’analista prova verso il paziente, asserendo che in un analista ben analizzato, i pensieri e le emozioni che esperisce durante la relazione non sono altro che quelli che non riescono ad emergere nel paziente, ossia il suo “inconscio rimosso”. Racker (1970) arriva addirittura ad affermare che il controtransfert funge praticamente sempre da guida, anche quando i pensieri e i vissuti emotivi dell’analista sono legati alla vita privata dell’analista, evocati in un qualche modo dall’interazione col paziente. Egli non distingue più la separazione concettuale tra transfert e controtransfert, ma definisce un’unica traslazione (la Heimann parla di fusione degli inconsci) che coinvolge nella stessa direzione entrambi i partecipanti della relazione (in cui il controtransfert è lo specchio del transfert).

A tal proposito è da citare lo studio di Bettan (2005) sulle reazioni del terapeuta rispetto a pazienti con disturbi di personalità: sono state riscontrate infatti nei vari terapeuti emozioni comuni e vissuti abbastanza analoghi risposta alle diverse tipologie di pazienti. Ad esempio, in riferimento al DSM- V, al cluster A (“gli eccentrici”) erano frequentemente associati sentimenti di critica/maltrattamento, al cluster B (“i drammatici”), sentimenti di impotenza/inadeguatezza, sopraffazione/disorganizzazione, sessualizzazione, al cluster C (“gli ansiosi”), sentimenti di genitorialità/protezione.

Tuttavia sempre Eagle (2015) fa notare come l’affidamento eccessivo alle proprie risposte emotive per comprendere il paziente puo’ risultare altamente pericoloso, in quanto l’analista rischia di attribuire pensieri, motivazioni o sentimenti che non corrispondono affatto in realtà a quelli del paziente, bensì ai nuclei conflittuali del terapeuta stesso, e quindi divenire potenziali ostacoli – e non strumenti terapeutici – per l’analisi.

Secondo l’autore, sicuramente Racker ha portato innovazioni importanti con questa nuova concettualizzazione, ma il rifiuto categorico della vecchia posizione dello “scehermo bianco” ha portato una reazione similmente estrema, con risultati analoghi a quella tradizionale. Infatti Eagle sostiene che, paradossalmente, l’asserzione assolutistica che tutti i pensieri e le emozioni dell’analista durante la seduta sono attribuibili al transfert del paziente, svuotano di ogni caratteristica personale l’analista che ritorna così ad essere una nuova versione del vecchio schermo bianco, riportando di fatto il setting analitico ad una prospettiva unipersonale.

Non è quindi sufficiente rivolgere l’attenzione sui propri stati emotivi e pensieri per ottenere il riflesso fedele del vissuto inconscio del paziente: i conflitti inconsci del terapeuta contribuiscono al suo vissuto emotivo, ed è difficile, con questa concettualizzazione, stabilire in quale misura questo stato rifletta le nevrosi del paziente invece che le proprie.

Da controtransfert a identificazione proiettiva: la prospettiva di T.Ogden (1982)

Uno dei motivi per cui si è dato molto peso al vissuto dell’analista come guida all’inconscio del paziente, è il postulato teorico secondo cui il paziente non solo proietta i propri contenuti sull’analista, ma è in grado anche di “metterli dentro” all’analista e di farlo sentire in determinati modi. Concetto formulato dapprima da M.Klein, ma approfondito meglio da T.Ogden (1982), che descrive accuratamente questo processo attraverso tre fasi. Nella prima, il paziente, che ha il desiderio inconscio di sbarazzarsi di una parte di sè, la proietta sulla figura dell’analista (sia in senso classico, che kleiniano del concetto); in questa fase Ogden consiglia per il momento di conservare dentro di sè l’aspetto proiettato del paziente senza riportarlo subito al paziente attraverso l’interpretazione2. Nella seconda fase il paziente, attraverso una “pressione interpersonale” inconscia (atteggiamenti e comportamenti, ossia segnali, quasi sempre inconsapevoli), induce l’analista a provare gli stessi pensieri e sentimenti che intende proiettare. Sembra che chi proietti abbia bisogno che il contenuto proiettato sia continuamente depositato nell’altro, come se non bastasse il solo processo della proiezione. Non è un caso se Kernberg (1987) afferma che l’identificazione proiettiva è tipica dei pazienti a organizzazione borderline e psicotica, e che lo stesso concetto è nato proprio dal lavoro della Klein a stretto contatto con pazienti gravi e psicotici. A caratterizzare quindi questo meccanismo rispetto alla classica proiezione, non sarebbe la natura qualitativamente diversa, ma un fattore quantitativo, ossia la violenza e il grado di “pressione” esercitata (o meglio, percepita) dal destinatario della proiezione.

Durante la terza fase, si parla di “reinternalizzazione”, cioè il contenuto prima proiettato viene trasformato dal terapeuta (cioè non trattato nella stessa maniera del paziente) e restituito infine al paziente, che non avendo più bisogno di proiettarlo all’esterno in quanto è riuscito a rafforzare il proprio sè, è ora capace di intergrarlo e gestirlo meglio. Anzi, più precisamente, quello che viene reinternalizzato non è tanto il contenuto proiettato, quanto la capacità del terapeuta di gestire e contenere quel contenuto, fornendo di fatto al paziente un’esperienza diversa, nuova.

Eagle (2000) afferma che questa “nuova” concettualizzazione ricorda molto il “controtransfert complementare” espresso da Racker (1970), e che tale processo non implica necessariamente che la reazione dell’analista sia per forza di cose identica a quella che il paziente intende proiettare (come se fosse oggettiva e prevedibile), nè tantomento che essa debba inevitabilmente provenire in risposta alle proiezioni del paziente. Infatti, a spiegare tale processo senza bisogno di attingere a tale concetto, ci pensano le ricerche sui neuroni specchio3 (che spiegherebbero il fatto di riuscire a “percepire” lo stato dell’altro dentro di sè): questi neuroni infatti si attivano in chi osserva il comportamento di un’altra persona anche se l’osservatore non compie nessuna azione ma si limita esclusivamente a guardare. Per cui esisterebbe una capacità innata e automatica di specchiare e “simulare” (forse per prevedere, in senso evolutivo e adattivo del termine) gli stati mentali dell’altro.

Perciò Eagle fa notare quanto un uso eccessivo del concetto teorico dell’identificazione proiettiva rischi di far attribuire l’origine degli stati emotivi (soprattutto quelli negativi) che risuonano all’interno della relazione analitica, esclusivamente al paziente (“è colpa del paziente se mi sento e mi comporto così”) e non al terapeuta, che puo’ evitare così di confrontarsi con quel vissuto emotivo. E’ come se il terapeuta (visto come un contenitore vuoto che passivamente riceve il proietto del paziente), potesse sentirsi “giustificato” nell’ignorare il proprio vissuto emotivo, perchè tanto questo non è altro che il riflesso esatto del mondo interno del paziente, e non una delle tante reazioni possibili sollecitate dal paziente. Forse sarebbe più giusto dire che l’analista “permette” (inconsciamente) al contenuto proiettato del paziente di entrare in lui e coinvolgerlo sul versante emotivo: cosa che accade solo se una porta costituita da residui nevrotici e conflittuali del terapeuta (che hanno risuonato al contenuto del paziente) permette l’ingresso al proietto, ossia se diventa controtransfert (in senso classico del termine).

Inoltre O.Kernberg (2012) fa notare che l’utilizzo dei concetti dei neobioniani di rèverie e di “sogno in stato di veglia” possono far nascere il rischio di confondere i conflitti dell’analista con il materiale mentale del paziente, senza riuscire quindi a differenziare chiaramente ciò che proviene dal paziente e ciò invece che viene dall’analista, a causa di una possibile sovrastima delle identificazioni proiettive da parte del paziente, che possono “mascherare” così i vissuti soggettivi e personali “indipendenti” dell’analista.

La controidentificazione proiettiva di L.Grinberg (1976)

Secondo Grinberg, oltre al controtransfert complementare in cui l’analista risponde a certi oggetti interni al paziente, puo’ accadere anche che l’analista si senta in qualche modo “forzato” a rappresentare un ruolo passivamente, ossia l’oggetto del transfert del paziente (similmente a ciò che descrive Ogden). Secondo Grinberg, l’azione dell’identificazione proiettiva del paziente porta il terapeuta ad assumere una determinata parte proprio come se gli appartenesse, al di là dei propri conflitti inconsci. Posizione che ricorda molto Winnicott (1947) che aveva un concetto molto allargato di controtransfert: egli considera infatti certe risposte emotive in risposta a certi tipi di pazienti (psicotici e psicopatici) come sentimenti “reali e obiettivi” (specialmente l’odio, sentimento che presuppone come improbabile nel ventaglio emotivo del terapeuta), ossia come risposta oggettiva e comune in reazione alla personalità del paziente.

Nonostante Grinberg intenda tale processo di qualità diversa alla natura del controtransfert, Etchegoyen (1986) fa notare come queste reazioni dell’analista non possano essere altro che una risposta ad una forma proiettiva particolarmente violenta da parte del paziente verso l’analista (che si sentirebbe più invaso, che compromesso). Infatti per quanto forte possa essere la proiezione (e le pressioni connesse), se l’analista ne subisce l’influenza “soccombendo” ad essa, significa che qualcosa in lui è risuonato e gli ha impedito di comprendere tale processo e restituirlo al paziente, in altre parole la proiezione non ha fatto altro che andare a toccare qualche nucleo conflittuale (controtransferale) del terapeuta.

E’ sempre rischioso parlare di sentimenti oggettivi quando transfert e controtransfert per definizione mancano sempre di oggettività e, in quanto spesso attingono a materiale inconscio non così facilmente accessibile, esigono di essere attentamente osservati prima di trarre conclusioni affrettate sul loro contenuto.

Controtransfert ed empatia

Forse ciò che ha causato più confusione nella definizione del controtransfert è dovuto al fatto che tale concetto sia stato mischiato con ciò che comunemente viene definito col termine di empatia (come è accaduto con la definizione di “controtransfert concordante” di Racker [1970]). Infatti in ogni relazione umana i propri pensieri ed emozioni sono in grado di fornire informazioni per comprendere le intenzioni e i significati della comunicazione dell’altro anche attraverso segnali impliciti e involontari (come la paralinguistica, la comunicazione non verbale, ecc.). Tuttavia Eagle (2012) fa notare che la comprensione empatica di un’altra persona, per quanto profonda, rimane sempre e comunque un’esperienza e un’identificazione parziale (e quindi un’approssimazione del vissuto dell’altro), in quanto chi prova empatia porta sempre anche se stesso, con i suoi conflitti e le sue proiezioni, ossia la sua irriducibile soggettività. Della stessa posizione sembra Sandler (1976) con la concezione di “risonanza di ruolo”, secondo cui il terapeuta dovrebbe accogliere il ruolo transferale assegnato dal paziente e rifletterci sopra per la comprensione del funzionamento della mente inconscia del paziente, non fondersi con lo stato mentale del paziente.

Per evitare ulteriori fraintendimenti Etchegoyen (1986) suggerisce di considerare il termine controtransfert solamente inserendolo all’interno del setting analitico, ossia fornendogli un’unica direzione come fece Freud (e Lacan, anche se in verso opposto), e quindi considerandolo come la risposta da parte del terapeuta al transfert del paziente, e non il contrario. Egli fa notare infatti che è proprio il setting analitico con i ruoli determinati fin dall’inizio in modo asimmetrico4 a fornire tale distinzione, in modo che all’interno di esso possa svilupparsi il transfert del paziente in grado di far risuonare il controtransfert del terapeuta. Intendere il controtransfert come processo autonomo e indipendente crea confusione e rischia di distorcere il significato del processo stesso: se non fosse così, non si potrebbe parlare solo di transfert, ma di transfert reciproci. Anche Mitchell (2000) sembra abbastanza in linea con le precedenti affermazioni quando sottolinea che sebbene l’esperienza emotiva del terapeuta possa essere autentica e possa toccarlo molto intensamente avvicinandolo oltremodo al paziente, essa dev’essere anche contestuale, ossia come la definisce Ogden (1989), “un’intimità in un contesto formale”. E quindi, si puo’ affermare che quando il controtransfert non è in risposta al transfert del paziente, rappresenta un conflitto nevrotico del terapeuta (che puo’ sfociare in un acting out – e non in un contro-acting out), che si è sviluppato indipendentemente dal transfert del paziente.

Osservazioni di M.Eagle in relazione alla ricerca empirica sul controtransfert

Eagle (2015) osserva che uno delle criticità più diffuse in letteratura e nel mondo empirico è l’assunto quasi dogmatico che, dato l’atteggiamento da “schermo bianco” dell’analista, tutti gli analisti che hanno svolto una buona analisi su di sè (che spesso significa che provengano dal medesimo istituto psicoanalitico), siano assolutamente intercambiabili. In realtà, proprio in virtù dell’importanza della qualità della relazione come predittore più forte dell’esito terapeutico, le reazioni idiosincratiche e i diversi vissuti emotivi di ogni analista svolgono un ruolo cruciale sul risultato e sul processo della terapia. Numerosi studi infatti (Luborksy et al., 1985; Wampold 2001; Huppert et al., 2001) evidenziano che, nonostante si cercasse di uniformare e standardizzare un trattamento, l’impronta soggettiva e personale del terapeuta rimaneva una variabile cruciale per l’andamento del trattamento stesso. Silbershatz (2015), valutando diversi terapeuti nella misura in cui erano capaci di effettuare interventi in grado di identificare e migliorare la problematica del paziente, ha dimostrato come non tutti i terapeuti siano ugualmente empatici e in grado di comprendere allo stesso modo i pazienti.

Dunque, nulla sembra più lontano dall’antico assioma che i vissuti del paziente riflettono in maniera fedele quelli del paziente, nonostante la letteratura psicoanalitica sia fortemente scarna di temi che sottolineano le differenze individuali nell’efficacia terapeutica tra gli psicoanalisti (forse perché in tal caso la figura dell’analista perderebbe la sua aurea istituzionalmente perfetta e inattaccabile?). A fronte di ciò, afferma Eagle, paradossalmente è proprio la visione classica del controtransfert (come ostacolo), e non quella “totalistica”, a sottolineare maggiormente le differenze individuali degli analisti in termini di potenziali conflitti da “risolvere” e macchie cieche che possono inficiare l’efficacia terapeutica.

Accenni sul controtransfert dai teorici relazionali

Tutti i relazionali concordano che è tramontato il mito secondo cui l’analista ha un accesso privilegiato alla conoscenza della realtà oggettiva del paziente, ma che piuttosto, terapeuta e paziente partecipano assieme ad una costruzione interattiva in cui si costruisce una realtà mutualmente condivisa. Il setting analitico dunque non rappresenta più un semplice terreno d’osservazione in cui l’analista si erge come giudice onnisciente e oggettivo, ma diviene un campo d’interazione complessa in cui i partecipanti comunicano continuamente indizi a cui ciascuno reagisce5.

A tal proposito Mitchell (2000) ha fatto notare più volte come siano proprio quegli atteggiamenti una volta ritenuti proibiti dalla tradizione classica (rispondere alle domande, esprimere sentimenti, comunicare i propri vissuti emotivi al paziente – la self-disclosure), ad aprire nuove finestre di lavoro e nuovi sviluppi all’interno della pratica clinica. Perciò, alcune rivelazioni controtransferali, se scelte giudiziosamente, possono fornire sia all’analista che all’analizzando materiale molto utile per la comprensione delle dinamiche della relazione analitica, migliorare l’alleanza terapeutica e risolvere empasse aprendo strade precedentemente inaccessibili. Tuttavia sempre Mitchell (1995) ricorda quanto questo atteggiamento possa anche allontanare e inibire l’esplorazione delle fantasie e dei significati assieme al paziente (esacerbandone le difese, anzichè alleggerirle), arrivando persino ad assumere il valore di “confessione controtransferale”, ossia interventi con l’unico scopo di scaricare il senso di colpa del terapeuta.

I relazionali inoltre danno molto peso alle differenze individuali di ogni terapeuta (con le sue parti sane e le sue idiosincrasie) nel processo analitico: Aron (1995) trova che sia un grave errore estendere il concetto di controtransfert nella sua misura eccessiva “totalistica”, in quanto si perde di vista la distinzione di ciò che è stimolato reattivamente dal materiale del paziente (controtransfert), e ciò che invece appartiene all’analista (la sua soggettività) a prescindere dalle proiezioni del paziente.

Conclusioni

Come fa notare Migone (1995) il bisogno di abbandonare la terminologia classica basata sul transfert/controtransfert per sostituirla con i termini identificazione proiettiva/controidentificazione proiettiva, riflettono la diversa concezione teorica del transfert, o più in generale del concetto di proiezione. Una posizione infatti più kleiniana (e post-kleiniani) vede nella proiezione un meccanismo in grado di porre qualcosa (il contenuto proiettato) dove prima non c’era (il vissuto dell’analista), fornendo informazioni al terapeuta dapprima sconosciute. L’altra posizione (la concezione classica), intende la proiezione più come una sorta di “evocazione e stimolazione” di qualcosa di già presente nell’analista, eventualmente amplificata o esagerata: il vissuto emotivo che il terapeuta si trova addossato non è solo del paziente, ma fa parte anche del bagaglio idiosincratico dell’analista, ossia potenzialmente legato alla rimessa in atto dei suoi antichi conflitti, in una parola, del suo controtransfert (inteso, nuovamente, come transfert dell’analista in risposta alla relazione col paziente).

Dunque, escludendo la posizione dogmatica e acritica che il controtransfert rappresenti sempre il contenuto mentale inconscio del paziente, il valore potenziale della riconcettualizzazione del controtransfert risiede nel fatto di considerare con maggior attenzione anche tutti i propri vissuti emotivi (forniti dalle identificazioni e dall’ascolto empatico del paziente), come possibile fonte di informazione rispetto alle dinamiche del paziente e ai suoi modi di relazionarsi, portando davvero qualcosa di nuovo al terapeuta. Discorso legato soprattutto sul piano clinico, nel momento in cui il terapeuta si trova davvero a vivere vissuti emotivi molto intensi dinanzi a certi pazienti: in tal caso diventa importante non tanto colpevolizzare il paziente per i suoi stili relazionali o liberarsi in fretta dei suoi proietti attraverso precoci interpretazioni, ma piuttosto cercare di contenere (e non agire impulsivamente) il materiale proiettato del paziente (la rèverie bioniana), per restituirglielo a tempo debito in una nuova veste, a seguito del lavoro analitico svolto. Per cui sarebbe più giusto affermare che in questa accezione, il vissuto dell’analista puo’ essere una fonte preziosa di informazioni sul paziente ma che queste necessitano comunque di ripetute conferme durante tutto il lavoro analitico, come ipotesi da verificare con il resto delle informazioni provenienti da altre fonti.

Questo non esclude che nel vissuto emotivo dell’analista possano intrecciarsi anche conflitti e problematiche personali “non risolte” (infatti, si agisce solitamente quello che non si conosce, ciò che non si riesce facilmente a contenere), magari dovute alla sola presenza del paziente, nate ancor prima dell’espressione del transfert all’interno del setting analitico. Freud stesso sottolinea la differenza solo quantitativa e non qualitativa, tra sanità e malattia mentale, per cui anche l’analista più “risolto” e analizzato conserverà sempre qualche residuo nevrotico su cui il transfert del paziente potrà “far presa”, risvegliandogli quindi antichi conflitti (motivo per cui l’autoanalisi non ha mai termine). Come ha affermato Langs (1980), non bisognerebbe mai fidarsi troppo dei propri sentimenti, in quanto è sempre bene fin dall’inizio, distinguere ciò che è proprio del terapeuta e quello che è del paziente.

D’altronde, oltre questa “impostazione di ruoli” fornita arbitrariamente dal setting analitico, ciò che facilita all’analista di discernere i propri stati emotivi da quelli del paziente è proprio ciò che contraddistingue l’analista stesso, ossia l’analisi personale. Infatti, come ha sempre asserito Freud, solo diventando consapevole dei temi che generano le proprie “macchie cieche” (che creano barriere e ostacoli alla relazione analitica), l’analista diventa più capace di “risolverle” e quindi di comprendere meglio il paziente e le sue dinamiche. Invece la visione “totalistica” che anche ai giorni nostri ha preso tanto piede, collegando tutto necessariamente alla “responsabilità” dell’inconscio del paziente, rischia di esentare l’analista in questo processo inesauribile di consapevolezza dei propri conflitti, che in quell’ottica rischiano di essere attribuiti sempre e comunque al paziente.

Eppure bisognerebbe sempre tenere a mente che, come hanno affermato anche Gill (1982), Searles (1979) e Hoffman (1983), ancor più del proprio analista e del proprio supervisore, nessuno è in grado di far conoscere il terapeuta stesso meglio del paziente.

Note:

1) Definizione utilizzata da O.Kernberg al convegno autunnale dell’American Psychoanalytic Association, New York, 7- 12-1963

2) Langs (1985) ha rilevato argutamente infatti che l’interpretazione puo’ avere anche un aspetto difensivo, permettendo all’analista di non farsi carico di quel vissuto che il paziente ha bisogno in quel momento di proiettare sul terapeuta.

3) Vittorio Gallese, Paolo Migone e Morris Eagle “La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività e alcune implicazioni per la psicoanalisi”, pubblicato nel n. 3/2006 di Psicoterapia e Scienze Umane.

4) Ferenczi (1932), stanco di una psicoanalisi sempre più austera, fredda e intellettualizzata, arrivò addirittura a cercare in certi momenti di rendere simmetrica la relazione analista-paziente, invertendo i ruoli in una specie di analisi reciproca.

5 Come ricorda P.Watzlawick (1976), è impossibile non comunicare, nemmeno attraverso il silenzio.

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