• Dott. Stefano Andreoli

Il narcisismo nel mondo del cinema: All that Jazz (1979), di Bob Fosse

Aggiornato il: 27 ott 2019


“E’ così egocentrico che se va a un matrimonio vorrebbe essere la sposa, a un funerale il morto.”

L. Longanesi


La pellicola in questione risponde ad un fenomeno oramai diffuso nel cinema d’autore (a cominciare con F.Fellini e il suo 8½ del 1963): l’autobiografia cinematografica, ossia l’emblema dell’esposizione esibizionistica sul grande schermo del proprio sé intimo e privato.


All that jazz (pluripremiato con 4 premi Oscar, Palma d’oro a Cannes e altri) è il ritratto della vita di Joe Gideon (interpretato da Roy Scheider): eccelso attore, ballerino e coreografo di musical, che sta lavorando per la realizzazione del suo ultimo spettacolo per Broadway, nonostante sia esageratamente fuori i tempi di lavorazione previsti e al di sopra dei costi di produzione a causa della grandiosità del progetto. Perfezionista e stachanovista eternamente insoddisfatto, vive una vita totalmente sregolata (fumatore incallito, alterna eccitanti e sonniferi) passando da un’amante all’altra che trova con facilità tra le proprie ballerine. Un ritmo autodistruttivo che si concluderà con un infarto cardiaco che immancabilmente lo colpisce. I parallelismi con la vita stessa di Fosse sono lampanti.

Il mondo di Gideon sembra incastrarsi alla perfezione con il profilo del narcisista descritto da O. Kernberg (1975): nonostante il suo perfetto adattamento sociale, vive costanti sensazioni di vuoto e depressione, è estremamente ambizioso e pomposo anche se la sua autostima dipende unicamente dal plauso di chi lo circonda, rivelando sentimenti di inferiorità e insicurezza. Ma soprattutto le grosse difficoltà a comprendere empaticamente gli altri e preoccuparsi per loro, e in generale la compromissione della capacità d’amare, sono evidenti nel narcisista: i rapporti con le amanti di Gideon sono privi d’amore, improntati allo sfruttamento, l’ex moglie sembra averne viste di tutti i colori e la figlia, mal sopportata, non manca mai di essere rimproverata e giudicata aspramente. “Credo nel dire ti amo. Aiuta a concentrarsi. Funziona”, dice Gideon conferendone l’aspetto manipolatorio. La visione della donna infatti, come ha osservato Kernberg riguardo alla rappresentazione oggettuale del narcisista, in Joe è scissa: o come trastullo sessuale o come madonna, creatura femminile idealizzata della fantasia, che agisce in maniera compensatorio rispetto agli oggetti sessuali svalutati della realtà concreta.


Tutta la sua vita sembra una recita, come una delle sue commedie dinanzi ad un pubblico trattato con disprezzo, svalutato: il suo altezzoso disdegno non risparmia nessuno, nemmeno il medico che gli diagnostica il disturbo cardiaco. Per non invidiare gli altri, Gideon deve svalutare tutti e considerarli come poca cosa rispetto a lui.

Altro fatto curioso del film è che il protagonista si trova dinanzi a quella che per definizione è la crisi narcisistica per eccellenza: la crisi di mezza età. Ossia quella fase della vita in cui bisogna venire a patti coi limiti fisici imposti dall’età, accettare l’incapacità di raggiungere ciò che si desiderava nella vita, e, in ultima istanza, fare i conti col tempo rimanente, ossia affrontare l’idea concreta della morte. E’ un’operazione di elaborazione del lutto che le personalità narcisistiche vivono con particolare difficoltà. Il buon superamento della crisi di mezza età implica necessariamente – in termini kleiniani - il superamento dell’idealismo della prima età adulta improntata su difese maniacali (basate sull’iperattività e la negazione per tenere lontani la minaccia della morte), per attraversare nuovamente una posizione depressiva e di rassegnazione in cui poter integrare nella propria vita le possibilità mancate, i propri errori e fallimenti. Gideon invece, nonostante i problemi cardiaci diagnosticati, non solo continua ad utilizzare difese maniacali, ma sembra rafforzarle in una corsa contro il tempo, tentando a tutti i costi di rimanere giovane (con droghe e un’iperattività sessuale e lavorativa senza tregua), come se non fosse una persona di mezza età che sta morendo e ha bisogno di cure. Persino la stessa morte, l’angoscia più grande per il narcisista, diventa nel film l’ennesimo pretesto per la rappresentazione di un grande spettacolo fatto di numeri, visioni e comparse. Nemmeno al termine della sua vita Gideon riesce ad affrontare la dura realtà: sull’Angelo della morte infatti riesce a proiettare prima la madre buona e idealizzata con cui ricongiungersi, e dopo – di nuovo! - una donna seducente che inizia a svestirsi, pronta per farci l’amore.


Secondo la Segal (1964) – nota kleiniana -, la negazione, che rappresenta la difesa principale d’elezione in questi individui, produce quella che definisce “triade dei sentimenti”: controllo, trionfo e disprezzo. Tutti aspetti atti a tenere lontana la negatività intollerabile del senso di colpa, del lutto e della sensazione di dipendenza verso qualcuno di prezioso.


In tutto ciò il regista chiede esplicitamente al pubblico, ovviamente maschile, di identificarsi con la vita narcisistica del proprio protagonista, a cominciare dall’uso del nudo e della musica che invita incessantemente lo spettatore a partecipare alla situazione, fino a rendere quasi indistinguibile la vita reale da quella rappresentata nel film. Una vita in cui il principio di realtà viene costantemente evitato dalle difese maniacali di un Sé arcaico e grandioso (Kohut, 1971), come in una forma di lento suicidio, pur di mantenere intatte l’onnipotenza e la fastosità di uno spettacolo che non deve avere mai fine. Non a caso, il sottotitolo che accompagna il titolo del film All that jazz, è Lo spettacolo continua.


“Sono guarito dal narcisismo. Adesso chi mi amerà?” M. Beštić


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Kernberg, O. (1975), Sindromi marginali e narcisismo patologico. Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino. 1978.

Kohut ,H. (1971), Narcisismo e analisi del sé. Tr. it. Boringhieri, Torino, 1976.

Lasch, C. (1979), La cultura del narcisismo. Tr. it. Bompiani, Milano, 1988.

Segal H. (1964). Introduzione all’opera di Melanie Klein. Martinelli, Firenze, 1975.

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