• Dott. Stefano Andreoli

Perennemente viandanti: libere associazioni sulla ricerca esistenziale.

Aggiornato il: 26 ott 2019


"Si arriva al significato delle cose solo chiamandole con il loro vero nome", Andrei Rublev, di A.Tarkovskij

Purtroppo mai come oggi, la tendenza predominante, soprattutto nelle università, è quella di trattare le materie umanistiche - filosofia compresa - come un agglomerato di nozioni frammentate, utili solamente a vane e ampollose speculazioni, più simili a masturbazioni intellettuali, piuttosto che inserirsi come strumento concreto e attivo di cambiamento personale e sociale. Strano panorama, se si considera che la filosofia e discipline affini sono nate innanzitutto per soddisfare un sentimento, la curiosità, e per aiutare l'uomo a far luce su quel grande mistero che lo avvolge.

Al di là dei voli pindarici che queste discipline offrono alla mente, Socrate soleva invitare le persone con cui parlava a curare la propria anima, non solo la propria logica, e Wittgenstein scriveva che l’unica cosa che si può fare per cambiare il mondo è migliorare se stessi. E allora le discipline come la filosofia non sono di nessuna utilità pratica, se non per l'effetto prodotto sulle menti e sulla vita di coloro che le praticano e studiano. Esse non servono per avere garanzie, certezze e scoperte, ma piuttosto per porsi domande, per creare dubbi e incertezze, ossia per preparare il terreno fertile per l'inizio di una propria ricerca interiore e la nascita di una conoscenza più profonda. E in questa sua funzione c’è una particolare assonanza con la psicoanalisi.


La libertà è il bene più prezioso che può raggiungere il filosofo, affermava Platone, e anche Freud non la pensava molto diversamente con la sua profonda indagine sull’inconscio: la conoscenza infatti permette di suggerire e stimolare nuove possibilità che allargano l'orizzonte della propria mente, alleggerendola da pregiudizi, consuetudini e dal dogmatismo arrogante di coloro che "credono di sapere e invece non sanno nulla", come affermava Socrate. Colui che non è mai entrato nella "regione del dubbio liberatore" (B.Russel), vedrà sempre il mondo e se stesso come qualcosa di scontato e di chiaramente definito, e con rassegnazione accetterà la realtà sociale in cui si trova come qualcosa di determinato e immutabile.

Si tratta allora - proprio come è solita fare la psicoanalisi - di effettuare in principio un processo di decostruzione, di scrematura, di spoglio di ciò che già si sa e si conosce. Questo non per arrivare alle conclusioni degli scettici o al vuoto assoluto di Cartesio, ma piuttosto per giungere ad una profondità di conoscenza maggiore (noi diremmo di consapevolezza, di “insight”), rispetto a tutto ciò che si crede di conoscere, che vada cioè "oltre il velo di Maya", come scriveva Schopenhauer.


"La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo sempre più ricca, più desiderabile e più misteriosa - da quel giorno che venne da me il grande liberatore, quel pensiero che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza - e non un dovere, non una fatalità, non una fede... La vita come mezzo di conoscenza. Con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma anche gioiosamente vivere e gioiosamente ridere. " F.Nietzsche, da La gaia scienza


Eppure in questa ricerca interiore non si tratta solo di utilizzare la sola ragione, per quanto lucida ed efficace essa sia, ma piuttosto di intraprendere un percorso che riguardi tutta la persona, come una raccolta di esperienze, considerandone l’intero vissuto emotivo ed esistenziale. E di questo i filosofi del passato se ne erano già accorti da tempo, primo fra tutti Pascal: "Da che parte ci decideremo? La ragione non può decidere nulla; c'è di mezzo un caos infinito. Si giuoca una partita, all'estremità di questa distanza infinita, dove risulterà testa o croce. Su che cosa puntare? Secondo ragione, non potete scegliere né l'uno né l'altra; secondo ragione, non potete escludere nessuno dei due. Dunque non accusate di falsità coloro che hanno fatto una scelta, perché non ne sapete niente. [...] L'ultimo passo della ragione è riconoscere che c'è un'infinità di cose che la sorpassano, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce." (da Pensieri).


Nel mondo della letteratura invece mi viene in mente Dostoevskij, che forse più di tutti viveva come un’ossessione questa ricerca, sviscerando sempre nei suoi romanzi la parte più oscura e in ombra dell’animo umano, raccontando di bassezze, miserie e mediocrità di assassini, giocatori d’azzardo, ladri, prostitute, pezzenti, uomini-topi. L’autore russo si era accorto infatti che nell’uomo è presente un abisso quasi inesplorato (Freud lo chiama “Es”) in cui le leggi della ragione non hanno più valore e dove l’individuo si trova alla mercè di altre forze.

E allora come non citare anche Bukowski e la sua vita impossibile da paria sociale, le sue epiche sbronze e le frasi vomitate dentro a qualche squallido night, nel tentativo di trovare quello che l’America anni ‘50 non poteva offrirgli: “Se hai intenzione di provare vai fino in fondo altrimenti non cominciare neanche ...Potrebbe voler dire perdere la ragazza, la moglie, i parenti, il lavoro e forse anche la testa. Potrebbe voler dire non mangiare per tre, quattro giorni. Potrebbe voler dire gelare su una panchina del parco. Potrebbe vole dire la prigione. Potrebbe voler dire la derisione, lo scherno, ’isolamento. L'isolamento è il premio... tutto il resto è un test di resistenza per vedere fino a che punto sei veramente disposto a farlo e tu lo farai, nonostante i rifiuti e le peggiori probabilità di successo, e sarà meglio di qualunque cosa tu possa immaginare. Se hai intenzione di provare vai fino in fondo, non c'è una sensazione al pari di questa, sarai da solo con gli dei e il fuoco incendierà le tue notti. Cavalcherai la tua vita dritto verso una risata perfetta, è l'unica battaglia buona che ci sia.” (da Factotum)


D’altronde quello che Bukowski incominciò - e che qualche anno più tardi diventò un vero e proprio movimento con la Beat Generation - risaliva già da quelle bizzarre figure indomite che hanno popolato l’800, i cosiddetti "bohemien", i "Wanderers" e i loro “Bildungreise” (viaggi di formazione): personaggi perennemente inquieti che viaggiavano continuamente alla ricerca del nuovo, dell'esperienza di un altro mondo in antitesi ai valori costituiti della società del tempo (non meno filistea di quella d’oggi).

Vite estetiche e radicali, molto spesso schiantate contro il parossismo di un ideale fasullo (in semplice reattività ai valori prestabiliti), nel tentativo di ricercare risposte direttamente dalla vita e le sue miserie, traditi in un qualche modo da quei tanti libri gremiti di conoscenza diventati incapaci di rispondere alle esigenze dell’uomo. Concetti espressi molto bene da Herman Hesse con il suo Narciso, dedito a conoscere ogni anfratto di se stesso attraverso la rigida regola monastica verso la perfezione di sè, e l’altra sua inscindibile metà, Boccadoro, tutto intento a scoprire la cruda verità direttamente nel mondo, con i suoi piaceri e i suoi dolori.

Si dice spesso che la psicoanalisi è una scienza nuova e un’arte vecchia: in effetti l’anelito dell’uomo alla conoscenza di sè è sempre rimasto lo stesso nel corso del tempo ed è antico quanto l’uomo stesso. Ad essere cambiate sono solo le forme d’espressione di questo bisogno intrinsecamente presente in ognuno di noi.


“Che lo vogliamo o no, siamo tutti psicoanalisti, amanti dei misteri del cuore e della mutanda, palombari degli orrori. Guai allo spirito dagli abissi chiari!” E.Cioran

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