• Dott. Stefano Andreoli

Eros, funzione artistica, fantasia e malattia

Aggiornato il: 26 ott 2019


"E prima o poi bisogna ben cominciare ad amare per non ammalarsi e se, in conseguenza di una frustrazione, si diventa incapaci di amare, inevitabilmente ci si ammala." S. Freud

L'arte é nata nel momento stesso in cui l'uomo non é riuscito a trovare nel mondo l'amore che cercava. Chi non ha potuto trovare nemmeno nell'arte il proprio rifugio, ha iniziato ad ammalarsi. Senza questo sentimento di nostalgia ineluttabile, non sarebbe mai nata la psicoterapia, antica quanto l'umanità stessa.


"C' era un innamorato che amava senza speranza. Si ritirò del tutto nella propria anima e gli parve che il fuoco d'amore l'avrebbe consumato. Perdette il mondo, non vedeva più il cielo azzurro e il verde bosco, il torrente per lui non frusciava, l'arpa per lui non suonava, tutto era sprofondato e lui era caduto in miseria. Ma il suo amore cresceva, e lui avrebbe preferito morire e rovinarsi piuttosto che rinunciare al possesso della bella donna che amava. Sentì allora che il suo amore aveva bruciato in lui ogni altra cosa, e l'amore divenne I potente e tirò e tirò, e la bella donna dovette obbedire, venne, e lui era lì a braccia aperte per attirarla a sé. Ma quando gli fu davanti si era del tutto trasformata, e con un brivido egli senti e vide che aveva attirato a sé tutto il mondo perduto. Era davanti a lui e gli si arrendeva, cielo e bosco e torrente, tutto gli veniva incontro in nuovi colori, fresco e splendido, gli apparteneva, parlava il suo linguaggio. E invece di conquistare soltanto una donna egli aveva tra le braccia il mondo intero, e ogni stella del cielo ardeva in lui e scintillava voluttà nella sua anima. Aveva amato e amando aveva trovato se stesso. Ma i più amano per perdersi."

H. Hesse


"E l'amore, vedete, ma credetemi invece di biasimarmi in anticipo, è se non proprio tutto, oh! almeno quasi tutto, il motore pressochè unico di tutte le azioni degne di questo nome, e non parlatemi d'altro, ambizione, ricchezza, gloria! Tutt'al più, forse, dell'Arte. E poi e poi, l'Arte, da sola?..."

P. Verlaine


"Dobbiamo provare a cercare le prime tracce dell'attività poetica già nel bambino? L'occupazione preferita e più intensa del bambino é il gioco. Forse si può dire che il bambino impegnato nel gioco si comporta come un poeta: in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondo. Avremmo torto se pensassimo che il bambino non prenda sul serio un tale mondo; egli prende anzi molto sul serio il suo gioco e vi impegna notevoli importi d'affetto. Il contrario del gioco non é ciò che é serio, bensì ciò che é reale. (...) Anche il poeta fa quello che fa il bambino giocando: egli crea un mondo di fantasia, che prende molto sul serio; che, cioè, carica di forti importi d'affetto, pur distinguendolo nettamente dalla realtà". S.Freud, Il poeta e la fantasia (1907)


Verso la fine del 1800 ricorreva un tema oramai comune per tutto il secolo: quale fosse il posto dell'artista, e quindi dell'uomo, nella società che andava formandosi. E quando i poeti non si sentirono bene accetti a quella borghesia di cui erano stati prodotti ma di cui non condividevano nè l'arrivismo economico nè il materialismo opportunista, era una buona occasione per chiudersi in una ermetica torre di avorio, dalla quale l'artista non voleva e non poteva uscire.

É in questo isolamento estremo allora che nacque una nuova facoltà della mente, autonoma, isolata, esente dalle infiltrazioni delle circostanze, che venne definita REVERIE: una fantasia selvaggia, un'immaginazione esente da compromessi, creatrice di oniriche evasioni, spesso alla ricerca di strumenti sollecitatori come l'assenzio o il paradiso artificiale di Baudelaire. Ma questo isolamento creò un'atmosfera necrotica del linguaggio artistico derivante dall'impossibilità, impotente sfiducia, di poter modificare l'esistente mondo reale, per cui, quasi rimbalzando su di esso e rifiutandolo, la fantasia creatrice saliva a rifugiarsi in un ideale assoluto. Col tempo il taglio con la realtà fu sempre più profondo, inciso fino a liberare l'universo fantastico da ogni legame, specialmente da ogni vincolo sociale.


Quando ogni attività pratica d'ingresso in società fallisce miseramente e nessuna delle opere dell'artista trova la condivisione col pubblico sperato, la soluzione spesso diventa tragicamente solipsista e pessimista, fino a sfociare, in determinate circostanze, nella creazione del sintomo, l'ultima forma di atto creativo del malato.


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