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Legati all'albero maestro nell'Odissea di Nolan (2026): il richiamo delle Sirene, il mare, la nekyia, la nostalgia.

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John William Waterhouse, Ulysses and the Sirens (1891)
John William Waterhouse, Ulysses and the Sirens (1891)

La famosa scena del richiamo delle sirene nel monumentale film di Nolan in 70mm custodisce, a mio avviso, l'intero paradigma concettuale del film. L'inquadratura, che taglia un oceano plumbeo avvolto da spessi banchi di nebbia, si stringe gradualmente sul volto di Matt Damon, ancorato all'albero maestro da spesse funi di canapa. Attorno a lui l'equipaggio voga con cadenza meccanica, lo sguardo inchiodato alle assi del ponte, i canali uditivi sigillati dalla cera. Il montaggio alterna i primissimi piani dell'eroe, con le vene del collo tese in uno spasmo tra intense urla, ai campi lunghi della nave isolata nella vastità idrica. Le creature restano fuori fuoco apparendo come sagome distorte sullo sfondo. Il sound design opera per sottrazione, sigillando la sequenza in un vuoto in cui il silenzio esterno si abbatte sulla scena e piega Odisseo in avanti al limite della tensione dei nodi. All'interno di questo isolamento acustico emerge la voce fuori campo dell'eroe, che articola il suo monologo interiore:


Com'era il canto delle sirene? Esattamente come vorresti che fosse, e poi… tutto quello che non vorresti aver desiderato. Era il delizioso prurito che vorresti grattare, ma è sotto la pelle e non puoi arrivarci. Quindi da delizioso diventa insopportabile. Te l'ho detto, quello che vuoi di più è quello che meno puoi avere. (...) È quello che meno puoi avere. È quello che avevi già, e che hai perso. Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto. E che mi ha detto che non voglio tornare a casa veramente.


In poche parole la pellicola condensa il senso simbolico dell'intero viaggio dell'Eroe. Quel viaggio richiesto ad ogni uomo che consiste nel fare i conti inevitabilmente con la nostalgia del grembo materno, l'antico Paradiso perduto fonte di ogni tormento e tensione (per approfondimenti, vedi qui). Ulisse è l'eroe "trattenuto" dal Mare (come è scritto letteralmente nell'opera originale), che come ben si sa (Ferenczi, 1924), rappresenta le acque amniotiche del grembo della Madre. È infatti subito nel mare dove si precipita un soldato di Ulisse nel momento in cui cede alla curiosità di udire il canto delle Sirene superando il divieto: in tal senso lasciare la postazione ai remi per abbandonarsi al richiamo equivale a dissolvere il proprio Io nel liquido originario. D'altronde, nel film le Sirene vengono rappresentate come donne pesce e non come le originarie donne uccello, ossia nella riproduzione medievale di entità divoranti e minacciose (Lao, 2007) con la coda biforcuta (i genitali femminili esposti). Inoltre la scelta registica di sostituire una possibile riproduzione del canto delle sirene al silenzio e alle urla ovattate di Ulisse ricorda molto da vicino l'arguta interpretazione kafkiana (1917) che postula nel silenzio delle Sirene un'arma ancora più letale del loro canto melodioso. Il vuoto silente risulta infinitamente più seduttivo di qualsiasi voce, poiché offre all'inconscio la promessa della pace definitiva, seppure nella culla marina della morte.


La scena è eccezionale perché suggerisce come il richiamo delle Sirene coincida con la forza gravitazionale del grembo: Odisseo si ritrova esposto alla sua pulsione regressiva, scoprendo dentro di sé l'esistenza di una forza segreta che lavora nell'ombra per tenerlo lontano da Itaca e da qualsiasi luogo definito. In altri termini, l'eroe sabota inconsciamente il termine del suo viaggio, nostalgico di una Patria psichica ben più antica rispetto a quella natia.


il terribile gorgo marino Cariddi
Il terribile gorgo marino Cariddi: un altro aspetto simbolico del grembo oceanico in grado di inghiottire l'Io.

Ulisse incarna perfettamente il conflitto fondamentale tra lo sforzo verso l'individuazione e il desiderio di ritornare nell'indifferenziato materno-oceanico. E, come accade sempre, il viaggio comincia con una crisi, in questo caso la guerra di Troia che rappresenta il collasso (sintomatico) di uno stato d'equilibrio precedente, dove, caso vuole, sarà sempre un grembo di legno pregno di guerrieri portatori di morte (lo stratagemma del cavallo) a generare i più acri conflitti in Ulisse.


Il viaggio dell'eroe sospende lo scorrere del tempo cronologico (proprio come accade nel mondo acquatico dell'inconscio dove il tempo non esiste), attraverso un Mare che lo tiene costantemente "intrappolato". Se l'ira feroce del dio oceanico Poseidone a causa della vicenda del figlio Polifemo non facilita di certo il rientro di Ulisse e dei suoi compagni, sono soprattutto le declinazioni femminili del mare a costituire i tentativi dell'inconscio di trattenere l'eroe in uno stato regressivo (Guidorizzi, 2018). Calipso (la sua radice del verbo greco kalyptein significa nascondere, avvolgere) simboleggia l'isolamento fetale in un luogo paradisiaco ai confini del mondo conosciuto, una specie di limbo esistenziale che promette l'immortalità. L'approdo a Eea, l'isola di Circe, rispecchia l'abbandono all'Es, come ricorda la metamorfosi dei compagni di Odisseo in suini che illustra bene la regressione violenta ad uno stato puramente istintuale. L'incontro con Nausicaa sull'isola dei Feaci (forse l'unica grande assenza che si avverte nella rivisitazione di Nolan) e la proposta nuziale possono rappresentare la recisione della memoria identitaria pregressa e l'illusione di poter riavviare l'esistenza eludendo i lutti e il dolore di Ulisse. Solo Atene, istanza super-egoica strutturalmente amputata dalla matrice femminile (in quanto generata direttamente dal capo di Zeus), opera in antitesi alla regressione talassale di Ulisse intervenendo come senso di colpa, principio di realtà, vettore di senso razionale al fine di sbloccare le stasi dell'eroe.


Questa dilazione di Odisseo sembra trovare il perfetto parallelo nel rito della tela di Penelope, anche lei intenta ad abbattere i limiti del tempo con quei movimenti ripetitivi sul telaio che ricordano il moto ondoso delle maree. Terminare la tessitura del sudario di Laerte significherebbe l'inevitabile passaggio dinastico al trono, la scelta di uno dei pretendenti. Questo stallo strategico sembra fungere da "oggetto transizionale" (Winnicott, 1971) di Penelope per tollerare la mancanza del marito, e allo stesso tempo da vuoto mantenuto aperto per consentire ad Ulisse di interrompere la coazione a ripetere e riprendere la propria posizione nella realtà. Inoltre Penelope si smarca dalle altre figure femminili oceaniche in quanto è l'unica che condivide il medesimo trauma storico del marito, rappresentando il solo specchio autentico in grado di restituire all'eroe la sua immagine di uomo adulto segnato dall'esperienza.


Calipso e Ulisse
Nel film in Calipso viene condensata la Bellezza, l'Immortalità e l'Oblio (il fiore di loto dei Lotofagi)

Il Mare è per Ulisse anche il rappresentante più seducente dell'infinito, dell'ignoto, l'elemento fluido che mantiene aperto tutto il ventaglio delle sue possibilità identitarie: amante, guerriero, avventuriero, naufrago, Nessuno. Contrariamente a Itaca che incarna il limite, la realtà storica, la cristallizzazione dell'identità: re, marito, padre. Il ritorno in patria esige l'abbandono dell'onnipotenza mimetica e dell'illusione dell'immortalità infantile (anche questi sono tipici aspetti del mondo inconscio), per costringere il soggetto ad assumere contorni definiti. L'approdo impone cioè la finitezza e l'accettazione della condizione mortale (Citati, 2002). Rientrare a casa significa rinunciare alla fusione oceanica per esistere come individuo separato.

Mentre l'urgenza di Ulisse di abbattere ogni limite geografico e la sua fame di conoscenza assoluta mascherano l'incapacità di tollerare la separazione dalla matrice primaria nella speranza di ripristinare l'onnipotenza fetale. E la morte lenta ma inesorabile dei suoi compagni (come gli ricorda Tiresia spuntando dagli inferi), sembra rappresentare il graduale sacrificio delle componenti regressive dell'Io incapaci di reggere l'urto con la realtà.


Ecco allora che anche il regista recupera nella Nekyia (l'antico rito dell'evocazione dei morti) il perno psicodinamico per l'individuazione del protagonista. Inquadrando l'oltretomba ctonio come l'utero buio, l'aspetto divorante e trasformativo dell'archetipo materno (Neumann, 1955), esso agisce da matrice alchemica, uno spazio dove l'Ego cosciente di Ulisse sprofonda nell'oscurità per subire la disintegrazione necessaria all'incubazione psicologica. Nel contatto col regno dei morti Odisseo è costretto a fronteggiare le proiezioni della propria Ombra: l'incontro con Sinone lo obbliga a guardare il riflesso della sua stessa astuzia, svelando il peso morale dell'inganno e della manipolazione necessari alla vittoria di Troia. Al centro di queste rivelazioni si erge il veggente cieco Tiresia, che, come l'archetipo del Vecchio Saggio, stabilisce le condizioni terapeutiche di Ulisse: per sfuggire alla paralisi della colpa, l'eroe deve prima lasciar morire la propria identità di guerriero invulnerabile, accettando di farsi smembrare dal dolore dei compagni caduti per poter completare la gestazione e accedere a una reale rigenerazione psichica (Jung, 1952).


Sinone comparso dagli inferi
Sinone, diversamente da come viene descritto da Virgilio nell'Eneide (Omero non ne parla), nel film è un personaggio simbolico positivo e centrale del viaggio psichico di Ulisse.

Infine anche Nolan ci ricorda come il ritorno del grembo non sia solo un aspetto patologico, ma condizione indispensabile alla salute psichica. L'uomo ha bisogno delle sue "reinfetazioni" (Fachinelli, 1989), ossia di immersioni cicliche nel mondo oceanico e informe dell'inconscio per riattingere energia propulsiva ed evitare la sclerosi alienante della realtà. E l'adattamento cinematografico di Christopher Nolan traduce visivamente questa dialettica psichica, destrutturando la rigidità dell'eroe dell'epica classica. Nei suoi intensi conflitti, l'Ulisse di Nolan deve toccare il nucleo della propria fragilità per poter ritrovare la spinta vitale necessaria ad affrontare l'ultimo tratto del viaggio: "per tornare a casa devi perdere il controllo, lasciarti andare e vivere" dice Calipso a Ulisse prima di abbandonarsi al mare su una zattera malconcia.

L'epilogo del film utilizza l'espediente razionalizzante dell'esilio e del dovere funebre (Ulisse parte di nuovo per onorare i compagni insepolti) per giustificare l'inizio di una nuova avventura, un altro viaggio ancora una volta per mare. La pellicola si innesta cioè sulla traiettoria dantesca, ma questa volta l'Ulisse di Nolan, invece che risalpare i mari per inseguire l'onniscienza come l'uomo contemporaneo ossessionato dal superamento continuo (Bonazzi, 2023), abbraccia la proposta di fuggire lontano assieme alla consorte, suggerita da quest'ultima vent'anni prima allo scatenarsi della guerra. Spogliandosi dei ruoli di re e regina per lasciare il regno al figlio Telemaco ormai fattosi uomo, Ulisse e Penelope ritornano assieme al mare-grembo per rivendicare una felicità terrena privata, sottratta finalmente alle pretese degli dèi e ai vincoli della corona.


Il Mare alla fine torna ad assumere le sembianze delle dolci braccia dell'Eros pronte ad accompagnare Ulisse verso il tramonto della propria vita (l'estremo ovest). Il richiamo uterino delle Sirene nell'Odissea di Nolan perde così la sua carica letale. Se inizialmente l'oceano esigeva l'annientamento dell'eroe, attirandolo in un grembo mortifero e inorganico, l'unione con Penelope capovolge questa dinamica. L'amnios cessa di funzionare come tomba per trasformarsi in una matrice vitale condivisa, lo spazio gestazionale per la rinascita della coppia.


Bibliografia

Bonazzi, M. (2023). Il naufragio di Ulisse. Un viaggio nella nostra crisi. Einaudi, Torino, 2023.

Citati, P. (2002). La mente colorata. Ulisse e l'Odissea. Adelphi, Milano, 2002.

Fachinelli, E. (1989). La mente estatica. Adelphi, Milano, 1989.

Ferenczi, S. (1924). Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità. Raffaello Cortina, Milano, 2019.

Guidorizzi, G. (2018). Ulisse. L'ultimo degli eroi. Einaudi, Torino, 2018.  

Jung C.G. (1952). Simboli della trasformazione. In Opere vol. 5. Bollati Boringhieri, Torino, 1973.

Kafka, F. (1917). Il silenzio delle sirene (in Tutti i racconti). Mondadori, Milano, 1970.

Lao, M. (2007). Il libro delle Sirene. Di Renzo Editore, Roma, 2007.

Neumann E. (1955). La Grande Madre, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1981.

Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Armando ed., Roma, 1974.

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