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Quando si esplora in maniera approfondita la fisica quantistica ci si accorge ben presto quanto sia vero ciò che affermava il celebre fisico Feynman (1965): "penso di poter affermare con sicurezza che nessuno capisce la meccanica quantistica." Questo perché nonostante l'enorme mole di scoperte e di risultati ottenuti finora, siamo ancora molto lontani da quelle risposte "certe" che tanto rassicurano la comunità scientifica dell'evidence based (e ironia vuole che sia stata proprio la fisica stessa, durante l'esplorazione del mondo quantistico, a demolire tutto ciò che prima considerava "certo" sulla cosiddetta realtà oggettiva delle cose). Infatti, a malincuore i fisici si sono dovuti scontrare con due amare verità.
La prima è la conferma di quanto aveva scoperto Gödel (1931) sostenendo che nessun sistema di regole e formule, per quanto perfetto, potrà mai spiegare o dimostrare tutta la verità. La matematica descrive infatti splendidamente la sintassi delle relazioni e delle probabilità dell'universo, ma il fondamento ultimo delle cose (come l'effettivo manifestarsi della realtà attraverso il collasso quantistico e il funzionamento della coscienza dell'uomo) è un flusso vivo, creativo e non-computabile che sfugge a qualsiasi tentativo di completa catalogazione formale e algoritmica (Penrose, 1989). La seconda deriva dalla constatazione schiacciante che il soggetto conoscente è parte integrante e ineliminabile della realtà stessa. Inevitabilmente chi studia la realtà non è un osservatore neutro ma un "partecipatore" (Wheeler, 1973 in Capra, 1975): la realtà prende forma in un modo piuttosto che in un altro proprio in risposta alla domanda che il soggetto le pone. E dunque, se il soggetto è costitutivo della realtà, non possiamo più ignorare la sua vita interiore, ovvero la sua psicologia. Infatti, la scienza classica sa spiegare come il cervello elabori i dati, ma non perché questa elaborazione generi i qualia, ossia la sensazione viva di provare qualcosa (come il rosso di una rosa o il profumo di un cibo) e di fornire alla realtà un particolare significato personale (Solms, 2021).
Ecco allora che nel tentare di completare le risposte mancanti ai fenomeni paradossali e contraddittori emersi nella nuova realtà quantistica, i fisici hanno fornito le risposte più originali (come l'esistenza del multiverso ipotizzato dal fisico Hugh Everett III). E' tanto buffo quanto conturbante osservare come le teorie dei fisici oggi siano sempre più lontane dal rigore del calcolo matematico e sempre più vicine alle congetture filosofiche dei film di fantascienza (primo fra tutti Matrix del 1999) o alle visioni più illuminanti della mistica antica.
Fatte queste premesse, non mi soffermerò su l'elencare tutte le varie scoperte della fisica quantistica, dato che, oltre a non avere le necessarie competenze per tale compito, queste sono già state abbondantemente illustrate da brillanti fisici divulgatori, come ad esempio Al-Khalili (2003) o Hill e Lederman (2011). L'obiettivo dell'articolo sarà piuttosto quello di scegliere quelle che a mio avviso sono le due teorie oggi più interessanti (molto diverse nella forma e nelle ipotesi di partenza ma simili in quanto a conclusioni), ovvero la Teoria Quantistica dei Campi (sostenuta dal nostro Carlo Rovelli, appartenente alla scienza accademica più rigorosa) e la Teoria dell'Olomovimento di David Bohm (il fisico che più di ogni altro è stato scelto dalle visioni olistiche e misticheggianti new-age), e trovare collegamenti con il mondo dell'inconscio ben esplorato dalla letteratura psicoanalitica.
Tutto ciò per sostenere una tesi fondamentale: la tensione all'Uno che risiede nella psicologia dell'essere umano (per approfondimenti...) segue la stessa lunghezza d'onda delle leggi fisiche che governano la realtà, avallando la prospettiva junghiana dell'Unus Mundus dove materia e psiche sono due facce della medesima medaglia. In altre parole, la nostalgia dell'Uno che ci abita sembra la traduzione psicologica e cellulare di una legge fisica universale: la tendenza intrinseca di ogni frammento separato a risuonare con la totalità indivisa da cui è emerso (Päs, 2023), dove lo sguardo e il sentimento dell'essere umano possono fornire significato ad una realtà altrimenti priva di senso.
Come scrisse giustamente Feynman (1965), il cuore della fisica quantistica parte da un semplice esperimento che ha messo in crisi intere generazioni di fisici, ovvero quello della doppia fenditura. Senza stare qui a riportarlo (si trova illustrato in rete o descritto molto bene nel bel libro di Zeilinger, 2003), esso dimostra in estrema sintesi che la materia (come gli elettroni) e l'energia (come la luce) non sono né onde classiche né particelle solide, benché queste mostrino entrambi i comportamenti a seconda di come vengono misurate. In realtà è corretto affermare che esse sono nuove entità (Heisenberg, 1958) in uno stato quantico di sovrapposizione, in grado di trovarsi simultaneamente in più percorsi (come onde di probabilità) e di compiere più azioni nello stesso momento (sommandosi o sottraendosi nello spazio)... finché non interagiscono con qualcos'altro (come lo schermo o il nostro occhio). Solo allora è possibile percepirle come una precisa particella (un punto solido) localizzata.

Iniziamo ora nel descrivere brevemente le due teorie di riferimento, soffermandoci soprattutto sulle implicazioni filosofiche che ne derivano.
La Teoria dell'Olomovimento di David Bohm
Bohm ha sviluppato l'idea che l'universo è essenzialmente un flusso universale (olomovimento), un "oceano di energia" che permea tutto. L'intero universo è descritto da un'unica funzione d'onda globale in cui le singole parti non possiedono uno stato quantistico assoluto o indipendente: lo stato di ogni sottosistema esiste solo in relazione al resto del sistema. Secondo Bohm (1980), tutte le particelle, gli oggetti e le strutture che noi vediamo nel mondo ordinario ("l'ordine esplicato") non sono altro che forme temporanee che si "srotolano" e poi si "riavvolgono" in questa totalità ininterrotta e inconoscibile ("l'ordine implicato").
La Teoria Quantistica dei Campi
In tale teoria il contrasto tra le particelle solide e lo spazio vuoto è completamente superato: le entità fondamentali sono i campi quantistici, mezzi continui presenti ovunque in tutto lo spazio. E se ci chiediamo di cosa siano "fatti" i campi quantistici, la risposta è che non sono fatti di nulla: essi stessi sono l'essenza della realtà di cui tutto il resto è fatto (Carroll, 2024). Quello che noi misuriamo e chiamiamo "particella" è in realtà solo un'increspatura, una condensazione locale di energia o una vibrazione di quel campo, allo stesso modo in cui un'onda passeggera è l'eccitazione della superficie del mare. In tal senso dunque il mondo non è fatto di oggetti, ma di processi e relazioni dove la realtà si frantuma in un gioco di prospettive e le proprietà non appartengono alle cose, ma sono "ponti fra le cose" (Rovelli, 2020).
La conclusione importante a cui giungono queste teorie è che la fisica quantistica ci costringe ad abbandonare l'idea di un mondo composto da "oggetti" solidi che si muovono su uno sfondo passivo di spazio e tempo. La scoperta sconvolgente della fisica moderna è che non c'è alcuna sostanza materiale di fondo, in quanto la realtà profonda è un fluire continuo di processi energetici, un pullulare di campi in interazione in cui lo spazio, il tempo e la materia stessa emergono solo come relazioni e informazioni reciproche (Rovelli, 2014).
Nella meccanica quantistica, quando due o più sistemi interagiscono, entrano in uno stato di entanglement (Aczel 2002): in questo stato le singole parti perdono la loro identità fisica indipendente e non ha più senso considerarle come oggetti separati, poiché qualsiasi misurazione effettuata su una determina istantaneamente lo stato dell'altra, a prescindere dalla distanza spaziale che le separa. Come spiegava Schrödinger (1935, in Päs, 2023), in un sistema entangled (il tratto fondamentale della fisica quantistica) si può conoscere tutto del sistema globale, ma assolutamente nulla delle sue singole parti prese singolarmente. E poiché tutte le particelle e i campi dell'universo hanno interagito tra loro ad un certo punto della storia cosmica (a partire dal Big Bang), l'intero universo è un unico sistema entangled. Infatti circa 14 miliardi di anni fa, tutto ciò che oggi compone l'universo osservabile (galassie, stelle, atomi, e persino noi stessi) era compresso in una regione di spazio incredibilmente calda, densa e più piccola di un singolo atomo. In quella "zuppa" primordiale iper-compressa, ogni particella e ogni campo erano in uno stato di costante interazione reciproca in cui non esisteva alcuna separazione spaziale.
Questa totale assenza di separazione originaria trova oggi la sua spiegazione fisica più radicale nel programma di ricerca d'avanguardia "It from Qubit". Fisici teorici come Juan Maldacena, Leonard Susskind e Mark Van Raamsdonk propongono infatti che lo stesso spaziotempo sia tenuto insieme unicamente dall'entanglement quantistico (Carroll, 2016). Fino a ieri pensavamo che lo spazio fosse una specie di grande scatola vuota dentro cui le particelle si muovono e si collegano tra loro, mentre secondo questa nuova teoria la scatola vuota non esiste: lo spazio stesso è un "prodotto" creato dalle connessioni quantistiche e senza il filo dell'entanglement lo spazio cesserebbe semplicemente di esistere.
Ma se a livello fondamentale esiste solo l'Uno, perché la nostra esperienza quotidiana è fatta di oggetti separati e dello scorrere del tempo? La risposta risiede in due modi diversi di descrivere la realtà, che il cosmologo Tegmark (2014) divide nelle prospettive dell'uccello e della rana. La prospettiva dell'uccello rappresenta la visione "dall'esterno" dell'intera funzione d'onda dell'universo: da questa prospettiva globale, l'universo quantistico è atemporale, statico, deterministico e indiviso, ossia un regno puro di infinite possibilità coesistenti (l'Uno platonico). La prospettiva della rana invece è quella di un osservatore locale situato all'interno dell'universo (come noi): poiché non possiamo registrare l'esatto stato microscopico di ogni singolo atomo o fotone dell'ambiente circostante, la nostra conoscenza del sistema è costituzionalmente incompleta e soggetta a decoerenza. Questo fenomeno spiega come mai le bizzarrie del mondo quantistico (come oggetti in due posti contemporaneamente o gatti sia vivi sia morti) non si manifestino nella nostra realtà quotidiana, descrivendo la transizione graduale tra il regime quantistico e il dominio classico. La decoerenza è un processo fisico reale, dimostrato in laboratorio (e valso il Premio Nobel nel 2012 a Serge Haroche), a cui va incontro un sistema quantistico quando perde il suo isolamento ed entra in contatto con l'ambiente caotico circostante (aria, luce, calore). In quel preciso istante, il sistema si allaccia con miliardi di molecole esterne: la sua delicata coerenza ondulatoria si dissolve e si diluisce nel rumore ambientale, dando forma al mondo ordinario, frammentato in singoli oggetti stabili e localizzati nello spazio e nel tempo che siamo soliti percepire. Come evidenzia Al-Khalili (2003), l'informazione quantistica non svanisce nel nulla, ma viene semplicemente "diluita" nell'ambiente in modo così caotico ed esteso da diventare invisibile a qualsiasi misurazione locale. È lo stesso meccanismo di un mazzo di carte ordinato che viene mescolato nel grande mazzo dell'ambiente: l'ordine originario non è distrutto, ma rintracciarlo senza una conoscenza totale di tutto il sistema diventa praticamente impossibile.
Dunque, gli oggetti separati che vediamo intorno a noi, lo scorrere del tempo e persino il nostro senso di essere un "Io" solido e isolato non sono proprietà fondamentali della natura, ma illusioni prospettiche derivanti dalla decoerenza e dalla nostra limitata osservazione locale (la "prospettiva della rana"). Rovelli (2025) sottolinea che la meccanica quantistica ci insegna che gli oggetti non hanno proprietà intrinseche prima di un'interazione: un elettrone non ha una posizione finché non collide con qualcosa. Noi stessi esistiamo e siamo definiti solo attraverso la fitta rete di relazioni e correlazioni (scambi di informazioni) che intratteniamo con il resto del mondo. La sola ragione per cui gli oggetti macroscopici della nostra vita quotidiana (come un tavolo o una tazza) ci appaiono sempre localizzati in un punto preciso dello spazio, e mai in due posti contemporaneamente, è che l'ambiente circostante li "misura" e interagisce con essi in modo continuo e automatico. Il processo della decoerenza, è perciò un fenomeno che, contrariamente a un diffuso malinteso, non cancella affatto l'entanglement, ma lo allarga e lo diffonde nell'intero ambiente.
Inoltre, contrariamente alle teorie fisiche che cercano le risposte dell'universo scomponendolo in pezzi sempre più piccoli in grado da fungere da mattoncini fondamentali (atomi, quark, stringhe...) l'idea di fondo di queste teorie è che l'unico oggetto fondamentale che esiste realmente è l'universo intero, inteso come un'unica unità indivisibile (Päs, 2023). E' infatti importante ricordare che il mondo non è diviso a metà, con un regno quantistico microscopico magico e un regno macroscopico newtoniano rigido: tutta la natura è quantistica, anche la vita stessa, come ha dimostrato la biologia quantistica descrivendo come la natura abbia imparato a sfruttare questo caos invece di esserne distrutta (Al-Khalili, 2014). Il mondo macroscopico delle leggi di Newton è semplicemente la meccanica quantistica vista "da lontano", dopo che la decoerenza ha spazzato via le stranezze del mondo sottostante, facendo apparire aggregati di miliardi di particelle.
Questo modello riscopre scientificamente intuizioni vecchie di millenni (Capra, 1975): già nel VI secolo a.C., Eraclito postulava che "da tutte le cose viene l'Uno", e le antiche filosofie orientali (come il Taoismo o l'Induismo) descrivevano la pluralità della natura come māyā (un velo o un'illusione ottica della coscienza) che nasconde l'unità fondamentale del cosmo (Brahmā). Ma è soprattutto Jung (1956) ad aver ripreso dalla tradizione medievale e rinascimentale il concetto di Unus Mundus, l'ipotesi di uno strato di realtà originario, situato a monte della scissione cartesiana tra mente (res cogitans) e materia (res extensa). Questa realtà unitaria non sarebbe né psichica né materiale, ma trascende entrambe e le unifica (von Franz, 1988): se interroghiamo questa realtà dall'esterno, attraverso gli strumenti della fisica, essa si manifesta a noi sotto forma di materia, particelle e forze (il canale quantitativo); se interroghiamo questa stessa realtà dall'interno, attraverso l'introspezione e la psicologia del profondo, essa si manifesta a noi sotto forma di immagini psichiche, sogni e sentimenti (il canale qualitativo).
Per potersi adattare all'ambiente, il cervello dell'uomo è dovuto diventare uno strumento biologico in grado di filtrare le informazioni caotiche e infinite dello stato quantistico dell'universo in una limitata prospettiva della realtà fatta di oggetti solidi, in una precisa cornice localizzata e contestualizzata temporalmente. Infatti l'organismo funziona proteggendosi da un aumento letale di entropia attraverso la "coperta di Markov" (Solms, 2021): una barriera formata da stati sensoriali e attivi che separa i nostri parametri interni (il Sé) dal caos del mondo esterno, costruendo così una "realtà virtuale a grana grossa" (lo scenario degli oggetti stabili e solidi) in modo da compiere previsioni efficaci e ridurre l'incertezza.
In particolari stati alterati di coscienza come la meditazione profonda, le esperienze mistiche o l'uso di sostanze psichedeliche (ma si possono aggiungere anche gli stati psicotici o intense esperienze emotive), l'inibizione del filtro sensoriale del cervello (il talamo) può temporaneamente disattivare la nostra prospettiva locale ordinaria. Questo permetterebbe all'essere umano di percepire soggettivamente un barlume di "olismo quantistico", sperimentando la sensazione di dissoluzione dell'ego e di unione assoluta con l'universo intero. In altri termini è ciò che Freud (1929) definiva "sentimento oceanico": la sensazione di essere parte del Tutto, corrispondente all'esperienza della vita intrauterina inscritta nella memoria implicita (Mancia, 2004). L'ambiente amniotico simula infatti perfettamente la fisica del campo quantistico: assenza di gravità apparente, annullamento delle barriere spaziali e temporali, e assenza di distinzione tra il feto (microcosmo) e l'ambiente-madre (macrocosmo).
Il grembo materno diventa così una sorta di "frattale biologico" dell'universo quantistico indiviso: una riproduzione in miniatura in cui la nostra biologia sperimenta e registra, sulla propria pelle, la totale interconnessione con il tutto. L'inconscio non è altro che l'archivio organico e cellulare di questa unione primordiale: il luogo in cui il corpo conserva, ancora prima della nascita e delle parole, l'esperienza diretta di quel mondo silenzioso, atemporale e unito che la fisica chiama "ordine implicato". Nell'adulto, questo archivio non svanisce, ma rimane come un "mare interno" perennemente presente, una sorgente di acque ancestrali su cui la nostra fragile coscienza quotidiana galleggia come una piccola barca.
Inoltre, se consideriamo l’universo quantistico nella sua descrizione fondamentale e globale, la sua entropia è pari a zero. Proprio come l’esperienza embrionale nell'utero materno o lo stato iniziale del Big Bang, a questo livello di coerenza assoluta non esiste lo scorrere del tempo: passato e futuro si trovano in un perfetto, simmetrico equilibrio. Il tempo che percepiamo quotidianamente si rivela infatti un “effetto prospettico” generato dalla nostra limitata capacità di osservazione, un concetto che la fisica moderna chiama “tempo termico”. Noi non interagiamo mai con i singoli costituenti quantistici dell'universo, ma solo con medie macroscopiche composte da miliardi di variabili originando il calore e l’aumento dell’entropia. È precisamente il cammino irreversibile dell’entropia (ovvero la dissipazione di calore) a tracciare la freccia del tempo e a generare la sensazione vivida del suo fluire (Rovelli, 2017). In questa luce, scopriamo un parallelismo psicologico curioso: solo l'Io e la coscienza vigile, legati alla percezione della realtà macroscopica, si collocano nel tempo cronologico lineare; l'inconscio profondo, al contrario, dimora in una dimensione di atemporalità assoluta, un eterno presente in cui, proprio come nell'utero originario o nello stato quantistico fondamentale, ogni separazione temporale svanisce
In questa visione d'insieme si comprende come non sia la soggettività a creare la realtà; non vi è dunque alcuna necessità di regredire verso forme di pensiero magico-primitivo, in cui l'inconscio provocherebbe fisicamente l'evento esterno in un rapporto di causa-effetto. Al contrario, materia e psiche si rivelano intimamente correlate in quanto manifestazioni complementari di una medesima realtà trascendente di fondo (l’Unus Mundus). Jung, attraverso il lungo e proficuo carteggio con il premio Nobel Wolfgang Pauli (1992), individuò nell'Archetipo il principio ordinatore comune a questa duplice realtà: un centro organizzatore dotato di una natura "psicoide" (neutra, situata sul crinale liminale tra mente e materia). Quando un archetipo viene intensamente attivato nell'inconscio di un individuo, esso non causa magicamente i fatti esterni, ma organizza simultaneamente sia la realtà psichica soggettiva sia la realtà fisica oggettiva, manifestandosi come una coincidenza acausale dotata di senso: la sincronicità. In altri termini, quando ci troviamo in situazioni emotivamente intense o in momenti di profonda spinta creativa, costelliamo un archetipo nel nostro inconscio profondo; poiché tale archetipo è il principio strutturante sia della psiche sia della materia, quell'identico nucleo di significato si rifletterà contemporaneamente tanto in un'immagine o affetto interno, quanto in un evento materiale nel mondo esterno.
In tal senso, se c'è un legame strutturale tra l'inconscio dell'uomo (microcosmo) e l'universo (macrocosmo), allora indagare il nostro inconscio significa di fatto scoprire le leggi dell'universo dal di dentro (e viceversa, come erano soliti procedere prima gli alchimisti e oggi i fisici).
Lo psicoanalista Matte-Blanco (1975) ha mostrato come nell'inconscio viga il "principio di simmetria": se nella nostra coscienza vigile (la logica asimmetrica classica), vale la regola cartesiana ed euclidea secondo cui "il tutto è maggiore della parte", nell'inconscio se la relazione A è inclusa in B, per l'inconscio anche B è incluso in A. Questo fa sì che la distinzione tra la parte e il tutto si dissolva, portando alla loro completa identificazione. Come già aveva intuito Freud attraverso l'esperienza clinica, Matte-Blanco dimostra che l'inconscio è un sistema strutturato che funziona come un insieme infinito in cui ogni frammento psichico è lo specchio dell'intera psiche oggettiva.
Questa descrizione psicologico-matematica coincide con la fisica del "paradigma olografico" illustrato da Talbot (1991). A differenza di una normale fotografia, in cui ogni punto della pellicola corrisponde a un singolo dettaglio dell'oggetto reale, una lastra olografica registra l'informazione sotto forma di pattern di interferenza d'onda (tramite la matematica delle trasformazioni di Fourier) distribuiti in modo non-locale su tutta la superficie. Dunque se prendiamo la pellicola olografica di un oggetto (ad esempio una mela) e la frantumiamo in mille pezzi, non otterremo mille frammenti di dettagli separati della mela, ma, illuminando anche una singola, minuscola scheggia di quella pellicola con un raggio laser, essa proietterà ancora l'immagine tridimensionale della mela intera (solo con una definizione leggermente minore). In tal senso si può congetturare che noi siamo "schegge" olografiche dell'universo: ogni nostra cellula, ogni nostro frammento di inconscio racchiude e proietta l'intero cosmo dal suo specifico punto di vista.

Sul piano esistenziale, l'espulsione dal grembo (la nascita) è una catastrofica "caduta nel tempo" e nello spazio (la caduta dal Paradiso Perduto, un altro topos dell'inconscio collettivo), al pari della divisione fisica (su scala macroscopica) che c'è tra noi e il mondo come oggetti separati. Veniamo cioè scaraventati nella frammentazione della vita mortale. Tuttavia, questa separazione è la condizione necessaria affinché possa esistere la coscienza individuale: se fossimo rimasti per sempre fusi nell'Uno-grembo-cosmico, saremmo rimasti in uno stato di potenzialità cieca, incapaci di fare esperienza di noi stessi, di acquisire conoscenza sul mondo e di operare col libero arbitrio. In altri termini, la divisione del mondo in soggetto, oggetto e ambiente è il prezzo da pagare per poter dire "Io sono qui".
Tuttavia, nel profondo dell'inconscio, dove la coerenza quantistica e gli affetti primordiali mantengono il legame con la matrice originaria, l'essere umano continua a vibrare in perfetta risonanza con l'Uno invisibile che governa il cosmo. Il grembo biologico è la prima interfaccia attraverso cui abbiamo sperimentato fisicamente il Grembo Cosmico della materia indivisa, dimorando già in un regno atemporale e a-spaziale, un "eterno presente" in cui non siamo mai separati dal resto del cosmo. Un grembo che, a causa del fenomeno della neotenia che ci rende "feti extra uterini" (per approfondimenti...), ci accompagnerà per tutta l'esistenza attraverso l'inconscio.
Inoltre, se si abbandona l'idea che la materia sia fatta di semplici cose inerti e si accetta che la realtà fondamentale sia una rete di relazioni e processi, il divario tra i fenomeni fisici e quelli mentali diventa molto sottile. La nostra conoscenza, i significati e persino l'intenzionalità della nostra vita mentale non vivono in un regno separato, ma sono casi particolari e complessi della stessa "informazione reciproca" (correlazione fisica) che lega tra loro tutte le particelle dell'universo quantistico.
Recuperando la nozione neoplatonica e rinascimentale di Anima Mundi, Hillman (1982) propone un capovolgimento prospettico radicale: il mondo intero è un organismo vivente e vibrante, infuso di psiche che a sua volta infonde immagini e sensazioni nell'uomo. La psicologia classica ci ha sempre insegnato che l'essere umano tende a "proiettare" i propri sentimenti interiori sugli oggetti esterni. Hillman, al contrario, suggerisce che quella che chiamiamo proiezione sia in realtà un atto di "animazione": è la cosa stessa che prende spontaneamente vita, attirando la nostra attenzione e risvegliando il nostro cuore. Le cose del mondo possiedono una loro fisionomia, esibiscono un volto e ci parlano, testimoniando la propria presenza. In questa prospettiva, non siamo solo noi a guardare il mondo, ma siamo noi stessi a essere guardati, percepiti e accolti dallo sguardo delle cose. Il mondo esterno cessa quindi di essere un deserto di materia da temere o da sfruttare come un magazzino di risorse; si rivela invece come un coro di essenze che risuonano continuamente con noi.
E' incredibile notare come queste conclusioni a cui si è avvicinata la scienza coincidano con le speculazioni teologiche medievali della Sapientia Dei, ovvero lo strumento attraverso cui Dio conosce se stesso. Ma, come ricordavano anche Tommaso d'Acquino (la cognitio affectiva) e Sant'Agostino (la legge del pondus), è solo attraverso la componente affettiva, l'Eros, che si può conoscere veramente qualcosa. L'amore spinge a fondere il soggetto con l'oggetto osservato, proprio come due particelle entangled entrate in relazione: conoscere richiede la partecipazione totale del soggetto. Ecco allora che, spingendoci ancora più in là con le speculazioni, si può arrivare a ipotizzare che l'Amore (la Pulsione di Vita freudiana che tutto è in grado di legare) sia il corrispettivo fenomenico e soggettivo dell'entanglement quantistico della realtà fisica. Se ciò che per la fisica quantistica è l'entanglement che unisce l'universo, per la visione teologica medievale di Giovanni Scoto Eriugena è infatti una sorta di amore universale che raduna e comprende in modo inseparabile tutte le creature nell'unità indivisibile del Tutto (Päs, 2023).
Ma se l'Uno originario (l'Unus mundus o il Pleroma gnostico) è in uno stato di perfezione, perché si è lacerato nel Due? Perché è avvenuto il Big Bang, e perché l'uomo sperimenta questa dolorosa "caduta nel tempo"?
Già Jung (1961) si poneva questa immensa domanda, paragonando le coscienze umane a "milioni di tristi piccoli specchi" rispetto alla perfezione del cosmo. La risposta della psicologia analitica e della fisica di Bohm è interessante: l'ordine latente dell'universo ha bisogno della nostra coscienza perché noi siamo gli unici specchi in grado di focalizzare e tradurre in significato quella "nube di cognizione" (la conoscenza assoluta dell'Unus Mundus) altrimenti diffusa e priva di un soggetto. Jung affermava infatti che, senza la coscienza riflettente dell'essere umano, il mondo rimarrebbe una gigantesca macchina priva di senso, ed è in questo che risiede il "significato cosmogonico" dell'uomo: la natura lascia le cose incompiute, e spetta a noi, elevandole alla coscienza, completare il senso del mondo. Senza l'uomo, la Luna continuerebbe a girare e ad esistere (come aveva ribadito Einstein), ma la sua bellezza, il suo significato simbolico e il sentimento della sua presenza non esisterebbero da nessuna parte. In altri termini, l'uomo è lo specchio che fornisce un valore semantico a un macchinario cosmico altrimenti cieco.
In questa prospettiva, l’essere umano può essere inteso come l’organo attraverso cui l'universo acquista, in noi, consapevolezza di sé (Capra, 1975) . Tuttavia, per non cadere nell'errore panpsichista (in cui si attribuisce una mente cosciente e antropomorfa alla materia inerte o in cui la coscienza precede interamente la physis, come nell'idealismo quantistico di Faggin, 2024), occorre recuperare la lezione di Hillman (1982) che ricordava appunto come la fisionomia estetica delle cose e la loro segreta disponibilità a essere immaginate e amate dal nostro cuore ci liberi dalla fredda gabbia del meccanicismo.
In questo modo, ogni volta che un essere umano ama, crea arte, comprende un segreto della natura o si stupisce di fronte alla bellezza del cielo stellato, sta compiendo un atto di sintonizzazione acausale con l'Unus Mundus: la nostra fragile coscienza individuale si fa canale affinché l'ordine matematico e silenzioso della materia possa risvegliarsi nello sguardo e nel sentimento dell'essere umano, traducendosi nell'esperienza viva, estetica e condivisa del Significato.
Molto probabilmente, come sostiene Rovelli (2020), l'universo non ha bisogno dell'essere umano per esistere o per far concretizzare le proprie proprietà fisiche, e anche Tegmark (2014) concorda sul fatto che il cosmo, privato di noi, continuerebbe a esistere stabilmente come una pura e gelida struttura matematica. Ma lo stesso Tegmark aggiunge una riflessione cosmologica potente: se una mente cosciente non lo abitasse, l'universo perderebbe ogni significato, riducendosi a "un enorme e insulso spreco di spazio". Il senso e la bellezza, infatti, non appartengono alle equazioni matematiche in sé, ma sbocciano unicamente dall'incontro tra la struttura fisica del cosmo e la coscienza che lo contempla.
È questa l'essenza dell'"universo partecipativo" teorizzato da Wheeler (1977, in Halpern, 2017): l'universo e l'osservatore sono legati in un abbraccio indissolubile e simbiotico. Il cosmo inanimato genera fisicamente l'osservatore attraverso miliardi di anni di evoluzione, ma l'osservatore, a sua volta, volgendosi indietro con l'atto della conoscenza e dello stupore, riscatta quel macchinario cieco, portandolo a compimento e definendone la realtà in senso non solo filosofico, ma scientifico.
Per spiegare questa sbalorditiva interazione, Wheeler ci invita a immaginare un quasar (il nucleo caldissimo e luminoso di una galassia primordiale) situato a miliardi di anni luce da noi, che emette particelle di luce (i fotoni) in direzione della Terra. Lungo questo immenso cammino, la luce incontra una galassia massiccia che agisce come una gigantesca lente gravitazionale, sdoppiando il percorso del fotone in due possibili traiettorie: una a destra e una a sinistra. Secondo la fisica quantistica, finché il fotone non viene registrato da uno strumento di misura, esso non compie una vera scelta: viaggia in uno stato di sovrapposizione quantistica, percorrendo contemporaneamente entrambe le strade. Oggi, a distanza di miliardi di anni, noi puntiamo un telescopio terrestre verso quel quasar. All'ultimo millisecondo, possiamo decidere se inserire uno specchio speciale (che costringerà la luce a comportarsi come un'onda, mostrando che è passata da entrambe le strade) oppure se non inserirlo (costringendola a comportarsi come una particella che ha scelto una sola strada, a destra o a sinistra). La nostra decisione, presa qui e ora, determina retroattivamente quale strada il fotone ha imboccato miliardi di anni fa, ben prima che la Terra, il Sole o la specie umana stessa esistessero.
L'atto del misurare nel presente definisce e modella il passato del cosmo. L'universo inanimato fornisce, per così dire, la sintassi del reale: le leggi fisiche, le potenzialità, l'energia e la materia a bassa entropia. Ma senza l'occhio del partecipatore che si volta indietro a interrogarlo, quell'universo rimarrebbe un'astratta "funzione d'onda statica e atemporale" in cui, fondamentalmente, nulla accade davvero.

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