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Estratti di un seminario didattico tenutosi a Bologna nel 2023.
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Irenäus Eibl-Eibesfeldt, allievo di Konrad Lorenz nonché uno dei più illustri etologi della storia, sviluppò un'interessante disciplina, l'etologia umana, con l'ambizione di riunire in sé l'etologia animale, l'antropologia, la biologia, la paleontologia, le scienze evoluzionistiche, le neuroscienze, la psicologia.
L'etologia umana può essere definita come la biologia del comportamento umano. Scopo della ricerca etologica è di chiarire i meccanismi fisiologici che stanno alla base di un comportamento, di scoprirne le funzioni svolte, come pure le spinte selettive a cui il comportamento in questione deve la propria esistenza e, infine, di ricercare lo sviluppo del comportamento nell'ontogenesi, nella filogenesi e nella storia della cultura. In ogni caso, al centro dell'interesse vi è l'interrogativo sull'origine dei programmi che motivano, scatenano, guidano e coordinano un comportamento. L'etologia umana si fonda in buona parte su concetti e metodi sviluppatisi nello studio del comportamento animale (etologia), ma si differenzia da quest'ultima in quanto si adatta alle esigenze derivanti dalla peculiare posizione dell'uomo. In particolare, essa si avvale anche dei metodi di lavoro usati nelle discipline affini, come la psicologia, l'antropologia e la sociologia. Essa aspira a un reale collegamento fra le diverse scienze umane, e ciò anche in base ai molti interessi comuni. Gli etologi umani studiano sia l'evoluzione filogenetica del comportamento sia la modificabilità individuale e culturale dell'uomo. (1984, p. 14)
Contrariamente ad una certa corrente di stampo antropologico fondata sul relativismo culturale (Boas, Mead, Malinovksy...), tale disciplina intende ricercare ciò che ricorre universalmente nella specie homo, soprattutto per quel che concerne i comportamenti "innati". L'ipotesi di fondo è che al di là delle suddivisione etniche, razziali e culturali, gli uomini condividano un'eredità biologica comune, contestando la celebre affermazione di Margaret Mead (1928) che vede l'uomo come il più plasmabile di tutti i materiali, il quale riceverebbe forma solo attraverso la cultura. Sembra infatti che dalla sua prima apparizione l'homo sapiens sia cambiato quasi per niente, rimanendo un organismo profondamente ancorato alla sua storia e alla sua eredità biologica.
In altre parole, ampliando l'opera del maestro, Eibl-Eibesfeldt ha tentato di trovare i cosiddetti "universali", ossia quelle caratteristiche e quegli aspetti dell'umana fenomenologia che ricorrono trasversalmente nonostante l'influenza delle diverse culture e che, in buona parte, traggono origine dal mondo animale. Tali aspetti potrebbero costituire quel nocciolo comune della dimensione umana radicato geneticamente attraverso l'evoluzione (adattamenti filogenetici) e che stabiliscono in un certo senso i limiti entro cui la cultura (o l'ideologia) può plasmare l'uomo e dirigerne attitudini, desideri e comportamenti. In tal senso, si potrebbe accostare il pensiero dell'etologo al corrispettivo culturale di "inconscio strutturale" di Levi-Strauss (1958), mentre sul piano psichico vi sono somiglianze con l'"inconscio collettivo" basato sugli Archetipi di C.G. Jung (1921).
Le forme e le categorie con le quali noi percepiamo e conosciamo il mondo si sono fissate prima di ogni esperienza individuale e sono adattate al mondo esterno esattamente allo stesso modo con cui lo zoccolo del cavallo lo è al terreno della steppa, già prima della nascita, e le pinne dei pesci lo sono all'acqua, ancor prima che avvenga la schiusa dell'uovo. (Lorenz, p. 99)
Il celebre esperimento di Harlow (1958) intitolato "la natura dell'amore" (qui sotto riportato), mise in evidenza efficacemente come la ricerca dell'oggetto (la madre, nello specifico) non sia basata sulla costrizione da parte del cucciolo nel soddisfare i suoi bisogni primari (come ad esempio la suzione del latte), ma su un bisogno di attaccamento e di sicurezza che è primario fin dalla nascita. Questo esperimento voleva smontare le prime tesi psicoanalitiche che vedevano l'infante come isolato in una forma di narcisismo primario (senza oggetti) e l'attaccamento materno come scelta secondaria derivante dalla gratificazione della pulsione orale (la suzione del latte). Tuttavia, come argutamente fa notare M. Eagle (2012), l'importanza dell'attaccamento per il piccolo di scimpanzé avviene attraverso il fondamentale contatto cutaneo con la pelle morbida e calda del pupazzo (la madre), mostrando come la spinta erotica (delle qualità sensoriali) sia ancora più forte dei bisogni dell'Io di nutrirsi (fame). In una condizione "naturale" infatti nutrimento fisiologico e contatto/oralità coincidono (ovvero le funzioni dell'Io si appoggiano su quelle dell'Es), e la ricerca dell'oggetto coincide altresì con la sensazione di piacere. Quindi, se da una parte l'esperimento smonta una certa teorizzazione freudiana, dall'altro la rinforza, evidenziando come sia proprio la ricerca del piacere sensoriale del contatto cutaneo ad essere il mezzo fondamentale che regola l'economia psichica dell'infante. Infatti Freud (1905) scriveva che la pelle è la prima e la più importante zona erogena (si pensi al fatto che il neonato continua la poppata anche quando è sazio), mentre Spitz (1965) mostrò i danni (a volte anche letali) dell'ospitalismo in bambini che ricevevano cure fisiche adeguate ma che erano privati di stimolazioni sensoriali ed emotive individualizzate.
Il dato inconfutabile è che l'altro (l'oggetto) è già intensamente e attivamente ricercato fin dalla nascita: osservazione anticipata già da autori psicoanalitici successivi a Freud come Ferenczi, Balint, Suttie, Fairbairn, e poi dimostrata in modo esauriente da D. Stern (1985) e il suo gruppo di ricerca sull'Infant Research. In parole più semplici, il bambino per sua natura è un essere sociale sin dalla nascita e madre e figlio sono fin da subito reciprocamente sintonizzati tramite adattamenti filogenetici e capaci di stringere una relazione personalizzata. Come già osservava Bowlby (1958), il bambino mostra una chiara "monotropia", ossia l'impulso ad instaurare un legame personale con una determinata persona di riferimento, che normalmente è la madre (es. angoscia da separazione). Anche in contesti culturalmente promiscui, come negli antichi kibbutz israeliani dove i bambini venivano educati da personale incaricato e solitamente il contatto coi genitori era limitato a circa un'ora di gioco la sera, da un punto di vista psicologico i bambini continuavano a considerare i genitori (in particolar modo la madre) come punti di riferimento emotivi e valoriali (Bettelheim, 1969). Anche nei resoconti di M.Mead (1935), la quale sosteneva che a Samoa i bambini fossero allevati collettivamente e che non esistessero forti legami madre-figlio (più tardi confutata dai successivi antropologi), in realtà per quanto nella comunità tribale tutti i suoi membri fossero importanti per lo sviluppo sociale ed educativo del bambino, egli non dimostrava di avere "madri multiple".
Dagli studi condotti è emerso che il contatto visivo e il sorriso (non rivolti ancora in modo consapevole) caratterizzano fin da subito il legame madre-bambino (e anche i bambini nati ciechi sono portati a fissare la madre che sta parlando). Già a 3 mesi il lattante ha a disposizione un ricco repertorio di moduli comportamentali con cui può comunicare e stabilire un contatto con la madre: ad es. nei primi tre giorni di vita il neonato preferisce la voce umana rispetto ad altri rumori (ovviamente la voce materna in primis). Si è visto come la madre che ha partorito da poco possieda una sensibilità nel riconoscere il pianto da fame, dolore o le altre emissioni sonore dei lattanti, assai meglio rispetto ai padri o a donne che non hanno appena partorito. Inoltre, il fatto che nella maggior parte delle culture le donne (anche quelle mancine) portino i bambini alla parte sinistra del corpo ha indotto a scoprire che il battito del cuore della madre esercita un effetto calmante sul lattante (condizionamento uterino).
Per quanto riguarda il padre invece, in quasi tutte le culture egli rappresenta, dopo la madre, la persona di riferimento senz'altro più importante per il bambino, dimostrando tenerezza e benevolenza, venendo ricercato maggiormente sul versante ludico/fisico.
Tra le varie intuizioni geniali di Lorenz (1973) si annovera il fatto di aver ipotizzato una epistemologia dell'umano basata sulla biologia, ossia che i concetti stessi e il modo in cui formiamo concetti derivino prevalentemente dall'influenza dei sensi, in particolare modo dal tatto e dalla vista. Cosicché anche le operazioni mentali più elevate resterebbero ancorate all'evidente e all'afferrabile, ossia al concreto visivo. In tal senso l'evoluzione culturale sarebbe in buona parte la fenocopia di quella biologica. Tradotto concretamente: gli stessi fenomeni adattivi potrebbero trarre spunto dalle funzioni biologiche, come ad esempio lo sono stati l'uso del bastone (pene) e l'uso del contenitore/recipiente (vagina/utero), sicuramente i primi utensili scoperti utilizzabili nell'ambiente.
Questo principio avvicinerebbe intimamente Lorenz a Freud, il quale ha sempre tenuto insieme soma ("basso") e psiche ("alto") nel concetto e nella teorizzazione di pulsione (e sublimazione), e nell'intendere le funzioni dell'Io poggiate sul materiale arcaico e pulsionale dell'Es (punto d'incontro tra Psicoanalisi ed Etologia umana). Ecco alcuni esempi tra i più frequenti in letteratura:
Il bacio
Nell'immagine si vede una "donna dei Boscimani !Ko che tranquillizza un bambino, con un'offerta di cibo bocca a bocca. Al contatto con le labbra, il piccolo apre la bocca, e in essa viene spinto con la lingua un pezzettino di melone." (Eibl-Eibesfeldt, 1984, p. 91)
Tra gli uccelli è una forma particolarmente ritualizzata scambiarsi cibo (o sfregarsi leggermente il becco in segno amicale).
Anche le scimmie antropomorfe nutrono allo stesso modo i loro piccoli. Gli scimpanzè salutano gli "amici" con abbracci, offerte di cibo con la bocca o semplicemente sfiorandosi brevemente le labbra. (Goodall, 1971)

Il trucco
Fornire colore a guance e labbra è un tentativo ancestrale di far assomigliare le labbra della bocca a quelle genitali, congestionate per l'eccitazione sessuale (e durante l'eccitazione entrambe subiscono le medesime variazioni: colore più scuro e tumescenza). L'intensa marcatura delle labbra infatti svolge un meccanismo di segnalazione visiva (es. contrasto labbra afroamericani).
Femmine di primati, al momento dell'ovulazione, mostrano volontariamente la congestione sessuale ai maschi per farsi montare.
L'abbigliamento
La moda femminile accentua la regione dei fianchi e spesso anche quella delle natiche. (a) Maria Antonietta raffigurata in una stampa (crinoline); (b) Pauline Lucca fotografata verso il 1870. Da M. von Boehn. (c) Danzatrici di Kaleuna (Isole Trobriand): i gonnellini accentuano i fianchi. (Foto Eibl Eibesfeldt, ibid., p. 44)
(nella seconda immagine) Esempi di accentuazione artificiale delle spalle nell'uomo (mascolinità): un indiano yanomami ornato con penne in occasione di una festa, un attore del kabuki (Giappone) e lo zar Alessandro II di Russia, in un ritratto dell'epoca. (Disegni di H. Kacker, da 1. Eibl-Eibesfeldt, ibid., p.43).
Ma è forse la dimensione fallica che compare con maggiore frequenza tra le varie culture, rappresentando un monito minaccioso e intimidatorio verso il mondo esterno (simbolismo aggressivo) o una rappresentazione di forza, potere, prestigio.

Accezione fallica del taglio della cravatta come segno del licenziamento.
Tra i guerrieri dell'Etiopia vi era l'usanza di amputare il fallo dei nemici rivali.
Papua con astuccio penico (da Eibl-Eibesfeldt, ibid.); gruppo di lanzichenecchi

Statuetta apotropaica di Bali, in visione frontale e laterale, raffigurante due personaggi sovrapposti. Le due figure accoccolate una sull'altra mostrano viso minaccioso e imposizione fallica. Nel cestino posto in alto vengono messe le offerte, e in tal modo le figure associano minaccia e pacificazione. (Foto I. Eibl-Eibesfeldt, ibid., p. 55)

Come risaputo dalla psicoanalisi, anche lo sguardo assume tale connotazione fallica (non a caso Edipo si acceca; "sguardo penetrativo"): "un tempo era possibile sfidare qualcuno a duello semplicemente fissandolo, e fissare un estraneo è, ancor oggi, un atto di maleducazione se non addirittura offensivo." (Eibl-Eibesfeldt, ibid., p. 112)

In architettura, si possono attribuire significati simili anche a monoliti, obleischi, monumenti funerari etruschi, menhir, certi campanili...

"Amuleti fallici giapponesi. Il fallo è generalmente avvitato all'interno della statuetta e fa parte della base. Amuleto con viso minaccioso che sul retro porta un pene celato da un coperchio." Disegni di H. Kacher, dall'originale di I. Eibl-Eibesfeldt, ibid., p. 55)
Come già aveva evidenziato Darwin (1871), ciò che fornisce forma, struttura e funzione alla natura non è solo la selezione naturale ma anche, e a volte in maniera maggiore, la selezione sessuale. In tal senso "l'amore" non è un'invenzione dell'epoca moderna (il romanticismo) ma appartiene agli universali e ha un profondo fondamento biologico. Come ha evidenziato Morris (1967), lo "scimmione nudo" è il più sensuale tra tutti gli essere viventi: l'homo sapiens possiede il pene più grande tra tutti i primati viventi, e l'intero corpo ha un'elevata sensibilità erotica (cutanea, tattile e zone erogene...). La specie homo è stata spesso definita "ipersessuale" proprio perchè, a livello evolutivo, la sessualità esce completamente dal suo schema biologico per fondarsi sul legame. In nessuna specie come in quella umana la copula si è svincolata così tanto dal concepimento, contrariamente a quanto sostiene una certa morale cattolica, appellandosi spesso al concetto di "contronatura" (Wickler, 1969).
Perciò in tutte le culture finora esplorate il comportamento sessuale è regolato da divieti, ossia da freni culturali (Malinowski, 1927): attraverso le norme la cultura si assicura un equilibrio tra la soddisfazione del desiderio, la sicurezza nel rapporto di coppia, l'armonia sociale e la riproduzione della specie.
Ad esempio, contrariamente a quanto si pensi, il pudore, ossia il fatto di nascondere la propria sessualità, fa parte degli "universali", anche quando si tratta di utilizzare "vestiti simbolici": ad esempio le donne yanomami si sentono completamente "nude" senza il loro abbigliamento quotidiano di tutti i giorni, che consiste solo in un sottile laccetto intorno ai fianchi. La sessualità infatti crea scompiglio e rivalità nella comunità e l'indumento, nel suo carattere originariamente antisessuale, è sorto molto presto, quasi con la nascita stessa della civiltà. Ecco perché l'esistenza di società in cui domina completa libertà sessuale è mera leggenda, frutto delle proiezioni dell'uomo moderno: in nessuna cultura conosciuta i membri della comunità praticano rapporti liberi con partner intercambiabili all'interno di una "comune" (e i vari tentativi di realizzare tale desiderio sono regolarmente falliti, in quanto l'uomo tende a ricercare - o a rifiutare, come insegna la psicoanalisi - legami duali, ossia a ripristinare l'antico legame primario).
Le spinte selettive hanno premiato il piacere (l'orgasmo) come legante per la coppia al fine di conservare una prolungata cura della prole da parte del nucleo famigliare; obiettivo in cui il ruolo della donna sembra essere stato preminente per diverse ragioni. Infatti nella donna l'orgasmo sembra essere nato come legante affettivo in corrispondenza a quello del maschio (non sembra esistere nelle femmine degli altri primati) e le contrazioni vaginali ad esso correlate sembrano essersi sviluppate al fine di trattenere e spingere il seme in posizione orizzontale (contrariamente alle femmine di primate che si allontanano dopo il coito come se nulla fosse accaduto). Fenomeno dovuto anche dal fatto che la posizione frontale del coito (dove, contrariamente a quasi tutti i mammiferi in cui il coito avviene a tergo, si cerca maggiore intimità relazionale attraverso il contatto visivo ), ha contribuito ad innervare sempre maggiormente lo sviluppo del clitoride ed a spostare l'angolazione vaginale rispetto ai primati. Inoltre l'estro "nascosto" nella donna (ossia la mancanza di segni evidenti nella fase di fertilità femminile, contrariamente dal resto dei mammiferi), permetterebbe sia di accoppiarsi in ogni momento (rinforzo del legame, al di là della procreazione), sia di "costringere" il maschio a rimanere costantemente vicino alla propria compagna invece che rivolgersi altrove ai fini della procreazione (col rischio di evitare i giorni fertili della femmina).

L'accudimento della prole è forse l'elemento principale che ha portato all'atteggiamento "cauto" da parte della femmina nella scelta del maschio: infatti nella maggior parte delle culture il corteggiamento rappresenta una modalità di conoscenza, in cui è quasi sempre il maschio che deve "convincere" la femmina, la quale oscilla tra il concedersi e il negarsi. E la conservazione neotenica dell'imene sembra costituire il corrispettivo biologico dell'importanza di tale scelta: "l'imene fa in modo che nella donna, prima di compiere il passo definitivo, si sia sviluppata una profonda partecipazione emotiva, di tale intensità da farle accettare di conseguenza l'iniziale disagio fisico" (Morris, 1967, p. 85).
In tal senso sembra che sia il maschio che la femmina siano "programmati" per costruire legami durevoli nella loro forma più "estrema", vale a dire il rapporto monogamo, dove la cura della prole, che esigeva una salda unità famigliare, ne ha costituito probabilmente il fattore principale. L'intensità del legame di coppia (dettato dalla sessualità) sembra nascere infatti dalla lentezza di sviluppo del bambino: da un punto di vista evolutivo tale carattere è assai vantaggioso non solo per la cura di una prole con tempi di accudimento non paragonabili a nessun'altra specie animale (per approfondimenti...), ma anche perché questa infanzia prolungata permette di assorbire meglio tutta quell'eredità culturale che caratterizza l'umanità stessa fin dalla sua "comparsa" sulla terra.
Ecco probabilmente perché in quasi tutte le culture regna il nucleo della triade famigliare (e di regola comprendente anche le generazioni dei nonni): anche in quelle società in cui si pratica la poligamia, gli uomini sono sposati per lo più con una sola donna. Perciò civiltà e famiglia sembrano nascere assieme (fin dai tempi dell'uomo cacciatore-raccoglitore): se sia mai esistito il sistema di orde primordiali promiscue, ciò potrebbe risalire a stadi preumani (come accade negli scimpanzè, i quali vivono in relazioni di rango secondo rigide strutture sociali senza rapporti di coppia durevoli).
E non solo, sembra che l'uomo non sia ben disposto a dividere con gli altri i propri legami intimi, ma che anzi egli debba imparare a farlo attraverso un adattamento non privo di fatiche e dolore. Infatti, già da bambini si è visto come la relazione tra fratelli si dimostri sempre carica di tensioni e ambivalenza. In ogni cultura la nascita di un fratellino causa una perturbazione nel fratello maggiore: il primogenito deve spartire le attenzioni materne e di regola reagisce a tale fatto con gelosia. Egli tenta spesso con ogni mezzo di difendere il proprio legame con la madre (ad es. regredendo a comportamenti precedenti), ma tale gelosia non si limita al rapporto con la madre: anche il padre spesso diventa l'oggetto conteso per il quale i fratelli diventano spesso rivali (rivalità che però viene ridotta con la crescita attraverso il sorgere di relazioni affettive di cura).

Un fatto risulta evidente: presso tutte le culture l'incesto viene proibito da un tabù. Levi-Strauss (1968) evidenziò come per assicurare il tabù dell'incesto fosse frequente tra i clan lo scambio di donne come dono nei matrimoni per stringere alleanze e legami sociali (rito per assicurare l'esogamia).
Eppure anche senza tabù culturali sembra che la crescita in comune riduca fortemente l'attrazione sessuale: l'infanzia crea una sorta di imprinting che allontana "sessualmente" chi è stato a stretto contatto. Negli animali si sono osservati accoppiamenti tra consanguinei solo quando i figli, per vari motivi, non hanno vissuto a stretto contatto con fratelli e genitori (come per topi e scoiattoli). I genetisti hanno ipotizzato una sorta di distanziamento biologica a causa dello scarso rimescolamento genico: infatti anche nel regno vegetale si è sviluppata nel tempo tutta una molteplicità di strumenti per evitare l'autoimpollinazione.
Tuttavia, a livello statistico, il fatto tanto curioso quanto prevedibile per la psicoanalisi è che i partner tendono a scegliersi in base alle somiglianze psico/somatiche con i loro famigliari (padri/madri e fratelli/sorelle): le persone che circondano il bambino nei suoi anni di crescita (fino alla latenza) plasmano i criteri dell'immagine del partner che andranno a cercare nella vita adulta (imprinting dei caratteri). Anche nel regno animale si riscontra il medesimo fenomeno (per aspetto e odore), seppure in maniera più debole ("principio della somiglianza intermedia ottimale"). A livello biologico (perlomeno secondo le ricerche svolte su maschi di quaglie e ratti) sembra infatti che gli animali siano programmati a ricercare partner abbastanza simili alla madre e alla sorella (che vengono fissati nella memoria dalla nascita), ma che non sono la madre o la sorella.
"L'amore" nasce evolutivamente dal legame individualizzato con la madre, trasposto poi a livello non solo intimo (da adulti), ma anche su un piano sociale, collettivo, comunitario. E quindi la famiglia è il primo nucleo da cui si espande l'affetto verso l'estraneo: "solo nella relazione famigliare individualizzata si sviluppano i presupposti che ci permettono di vedere anche nell'estraneo un "fratello" o una "sorella": l'ethos di famiglia viene in tal modo esteso all'intero gruppo e rende possibile una coesistenza pacifica nella società anonima di massa. (Eibl-Eibeslfedt, ibid, p. 125)
La storia dell'umanità è per buona parte storia di guerre. Con le guerre, i popoli hanno conquistato nuovi territori e si sono diffusi. A ricordo dei vinti, spesso sono rimaste solo le rovine annerite dal fumo, talora riportate alla luce dalla vanga dell'archeologo. (Eibl-Eibeslfedt, ibid., p. 241)
In una sola frase si può sostenere che il genocidio ha fatto parte del nostro retaggio pre-umano ed umano per milioni di anni: non a caso si pensa che l'uomo di Neandertal si sia estinto proprio per mano dell'homo sapiens poco dopo che fece la sua comparsa. Molti crani di australopitecini rinvenuti riportavano fratture imputabili a colpi assestati con violenza. Dove gradualmente prendeva piede l'homo sapiens, andavano scomparendo le altre specie già presenti.
Leggende dure a morire sono relative all'idea dei primi ominidi cacciatori-raccoglitori come popolazioni aperte, non territoriali, pacifici, eterogenei come composizione e con un pensiero collettivistico. Da uno studio condotto negli anni '70 sull'attività guerresca di 99 gruppi di raccoglitori-cacciatori appartenenti a 37 diverse culture risultò che 68 di questi gruppi praticavano ancora la guerra al momento dello studio; 20 gruppi avevo sospeso attività guerresche durante i 25 anni prima; nessun gruppo non aveva mai condotto guerre. Alcuni etnologi hanno avanzato l'idea che la strutturazione di regole e confini territoriali (per quanto abbozzati) siano nati proprio per impedire una situazione di costante conflitto (funzione regolatrice).
Gli studi condotti dalla Goodall (1971) smentiscono fortemente la presunta pacificità dei primati, in particolar modo degli scimpanzè (ove si sono osservati anche veri e propri massacri tra gruppi).
Detto questo, di per sé l'aggressività svolge molteplici compiti: la difesa territoriale, del rango, della prole, durante l'atto sessuale... nel bambino (e nei cuccioli) l'aggressività esplorativa viene usata per conoscere i limiti e il codice di condotta (sistema d'educazione). Perfino i bambini molto piccoli sanno come difendersi, come attaccare e come inibire atti aggressivi (e il fatto interessante è che essi mettono in atto molto precocemente la "legge del taglione", ossia l'atto del rendere la pariglia).
Dagli studi interculturali si è evidenziato come anche nelle culture più pacifiche esistono usanze che servono come valvole di scarico dell'aggressività, ossia modi sublimati in cui gioco e rituale si mescolano (come l'attuale sport, la messa in scena di tornei medievali, ecc.). Da ciò si deduce che l'aggressività non solo è passibile di controllo (educativo), ma che essa ha bisogno di tale controllo perché i freni innati del bagaglio biologico non sono da soli sufficienti come meccanismi di sicurezza (perlomeno nella razza "passionale" degli homo sapiens).
La notizia confortante è che negli animali esistono particolari schemi comportamentali (innati) finalizzati alla sottomissione e alla pacificazione che possono far cessare una lotta e impedire così una escalation che condurrebbe a seri danni fisici. Solitamente gli animali combattono per affermare i propri diritti territoriali o per stabilire il dominio in una gerarchia sociale: molto spesso il sistema della lotta è così ritualizzato che spesso nessuno dei contendenti subisce danni fisici (la minaccia quasi sempre sostituisce il combattimento effettivo). Questo ovviamente nell'aggressività intra-specie, mentre nell'aggressività inter-specie l'attività diventa predatoria, ossia finalizzata all'uccisione della preda.
E anche l'uomo possiede specifici segnali che inibiscono l'aggressività, benché l'uso di armi da fuoco impedisca l'espressione di tali segnali durante il conflitto (Lorenz, 1963). Solitamente se i nemici (l'estraneo) cominciano a conoscersi a vicenda, stabilendo cioè un contatto umano, il sistema agonale viene attivato con più difficoltà. Il pianto viene utilizzato per frenare l'aggressività nell'altro (compassione): anche tra i neonati il pianto di un coetaneo scatena negli altri la stessa azione, ossia un eguale stato d'animo (contagio emotivo).
Le popolazioni tribali spesso celebrano complessi rituali per concludere la pace: ad es. per ogni morto occorre dare una donna alla fazione avversaria (questo significa che verranno stretti legami di parentela che inibiranno guerre future, oltre al fatto che i figli di questi matrimoni simbolicamente prenderanno il posto dei morti in battaglia). Culturalmente tale fondamento biologico è stato corroborato da ritualizzioni di purificazione atte ad emendare gli atti violenti (Freud, 1913): ad es. presso le tribù dell'Etiopia un guerriero che abbia ucciso è obbligato a rinchiudersi in una capanna, mentre le donne attuano una particolare danza cerimoniale atta a ripurificare il guerriero che, una volta uscito, dovrà assumere il nome dell'ucciso. Anche nelle guerre tra clan vi sono numerose descrizioni etnografiche che mostrano l'esistenza di convenzioni allo scopo di mitigare parzialmente i conflitti bellici (es. il numero di morti, divieto di vendette di sangue, norme sull'occupazione territoriale, ecc.). Anche le leggi degli antichi Romani proibivano l'uso di determinate armi e imponevano di risparmiare i civili, chi fuggiva o chi si arrendeva (Eibl-Eibesfeldt, 1975).

In segno di pace, spesso gli scimpanzè stendono la mano verso quello più forte: noi umani abbiamo esteso questo gesto come normale segno di saluto attraverso la stretta di mano.

Oppure attraverso atteggiamenti infantili (farsi piccoli, rannichiarsi, accovacciarsi) verso il maschio dominante. Comportamento molto simile all'umana prostrazione o in forma minore all'inchino (e ancora, all'abbassamento degli occhi durante lo sguardo).

La derisione (l'ostentazione del riso) è una forma filogenetica di espressione aggressiva (effetto catartico): nell'atto di ridere, le emissioni vocali ricordano quelle sonore di minaccia tipiche dei primati inferiori, e l'atto di scoprire i denti deriva dai movimenti intenzionali del mordere (Kris, 1952).

Dementia pugnax: casi di guerrieri che, spesso sotto l'effetto di sostanze psicotrope, si lasciavano andare a danze, canti e cerimonie che portavano i guerrieri in uno stato di trance euforica, e quindi ad una liberazione incontrollata dell'aggressività e ad una insensibilità alla sofferenza (es. la ferocia animale del berseker, un esempio di dissociazione indotta da sostanze).
Dunque la volontà di pace è insita nell'uomo (quanto quella belligerante) e lo è al di là della paura che comporta la guerra. Tuttavia, come da tempo conosce la psicoanalisi, la guerra (e probabilmente l'omicidio) mostra ripetutamente come sentimenti di colpa e di piacere (narcisistico) possano coesistere contemporaneamente sotto lo stesso tetto psichico.
Fin da subito si sono presentati uno spiccato individualismo e piccoli gruppi chiusi e altamente territoriali (30 - 50 membri: orde), in mezzo ad una fitta rete di relazioni differenziate e durevoli con gli altri gruppi, normate da strutturate convenzioni culturali e comportamenti formalizzati. Spesso la conservazione dell'identità di gruppo è così importante (pressione al conformismo) che i comportamenti devianti (riguardo agli usi e alle tradizioni) vengono derisi e marcati di modo che il membro in questione possa accorgersi dell'atto deviante e avere così la possibilità di adeguarsi alla norma. L'estraneo solitamente viene accolto con diffidenza (xenofobia), tanto più se esso differisce per aspetto e per comportamento rispetto al gruppo: la tendenza all'intolleranza è una predisposizione innata (l'Altro che è "fuori" e quindi "diverso"), che è in grado di ridursi solo a seguito della conoscenza personale (ossia quando si riconosce l'Altro che è in me).
Fu grazie al sistema famigliare, trasposto su quello della comunità, se si riuscì a sviluppare tra gli altri membri della comunità un clima di fiducia basato sulla condivisione di norme e di usanze comuni (linguaggio, abbigliamento, riti, azioni quotidiane...).
In ogni cultura conosciuta si manifesta il bisogno di "privacy" con sottili meccanismi di isolamento (anche nei kibbutz), indicando come il contatto sociale sia importante quanto la solitudine (assenza di stimolazione esterna). A livello collettivo tale principio si può estendere al concetto di territorialità (occupazione di spazi "propri"): essa, certamente un "universale", si manifesta nella quasi la totalità dei vertebrati che in caso di necessità difendono il proprio territorio. Il possesso di un territorio è infatti segnalato da canti (uccelli), marcature odorose (mammiferi) o da particolari moduli comportamentali di esibizione.
In molte culture si è sviluppato il sistema del clan (lignaggio), dove la delimitazione territoriale era sancita dai totem come simbolo di ereditarietà del territorio da parte dei propri avi totemici (che avevano anche la funzione di guardiani): nei luoghi sacri infatti ogni gruppo locale celebrava rituali a favore del proprio animale totemico. Tuttavia tale discendenza al totem non è necessariamente sanguinea, ma più spesso simbolica (l'avo totemico è in realtà una figura mitica): "in confronto al territorialismo che si manifesta tra gli animali, esso è più interiorizzato ed è sostenuto da credenze religiose, da legami emotivi con determinati luoghi e da simboli culturali che sono associati a questi luoghi." (Peterson, 1972, in Eibl-Eibeslfedt, 1984/1995, p. 392). D'altronde anche oggi i coloni che occupano "nuovi territori" prima di tutto piantano bandiere o innalzano monumenti nazionali, che rappresentano in un certo senso marcature territoriali della propria identità.


Di particolare importanza nella regolazione dell'equilibrio sociale tra i gruppi sembra essere stato il ruolo del dono (Mauss, 1925) come simbolo universale del principio della reciprocità. Infatti l'offerta di doni è stata osservata nella quasi totalità delle culture, sia come strategia per dare inizio ad un contatto amichevole, sia allo scopo di inibire l'aggressività. Il chiedere, il pretendere e il dare sono regolati e si realizzano attraverso i più svariati gradi di ritualizzazione: ogni cosa infatti (cibo, beni, servizi, donne...) diviene oggetto del dare e del contraccambiare "come se vi fosse un continuo scambio di cose e persone che rappresenta un flusso spirituale tra i clan, gli individui, i ranghi, i sessi e le generazioni" (Mauss, 1925, p. 18). Le regole della reciprocità sembrano talmente importanti e salde che, indipendentemente dalle varie culture, coloro che non seguono le regole che normano gli scambi (vd. il Potlach) vengono esclusi dagli altri o comunque scatenano reazioni aggressive. Anche oggi è un fatto noto come il commercio crei legami (soprattutto politici), ed è per questo che nelle varie epoche si interrompono le relazioni commerciali quando nascono conflitti e attriti tra Stati.
Lo sviluppo della cultura ci ha dato progressi tecnologici sempre più sbalorditivi, ma ogni volta che questi cozzano contro le nostre caratteristiche biologiche fondamentali, incontrano una forte resistenza. (D. Morris, 2017, p.42)
Nel suo best-seller, Morris (1967) sostiene che la stessa società sia stata plasmata per adattarsi il più possibile alla natura animale dell'uomo che non il contrario, e che la civiltà moderna sia nata troppo velocemente perché potessero svilupparsi nuovi cambiamenti biologici sostanziali in quello scimmione senza peli cerebralmente superdotato che è l'homo sapiens. Ad esempio l'ambiente urbano, per essere vivibile, deve necessariamente tenere conto di determinati bisogni sociali ed ecologici umani provenienti da una lunga evoluzione filogenetica (agorafilia, fitofilia, privacy, densità popolazione, ecc.). Infatti, come ha evidenziato amaramente l'esperimento "Universo 25" di J. Calhoun del 1973 (qui sotto riportato), la tensione sociale dovuta all'affollamento demografico causa anche negli animali “anormalità comportamentali" in grado di innescare meccanismi distruttivi. Per questo motivo in natura una popolazione animale regola da sè la propria densità numerica: ad es. quanto maggiore è la densità nelle colonie di conigli, tanto maggiore è il numero di piccoli che non verranno alla luce (riassorbimento embrioni semimaturi), oppure si pensi al fenomeno del divoramento dei piccoli da parte della madre (tupaie).
Come ha sottolineato Harari (2014) nel suo best-seller, l'uomo, già allo stadio di cacciatore-raccoglitore, ha sempre avuto un grande impatto sull'ambiente. Fin da subito l'homo sapiens è nato come "killer ecologico": in ogni nuovo territorio esplorato in poco tempo molte razze di animali si estinsero (soprattutto quelli di grossa taglia) e l'uso irresponsabile del fuoco per deforestare e creare praterie aperte portarono a grandi zone di desertificazione del territorio. Ma fu solo con l'avvento dell'agricoltura che il dominio dell'uomo manifestò tutta la sua efferatezza: sfruttamento del lavoro, differenziazione sociale, malnutrizione, malattie infettive, conflitti bellici per le proprietà terriere furono lo scotto da pagare per accrescere la fitness della specie.
Non credete agli ecologisti che abbracciano gli alberi, secondo i quali i nostri antenati vivevano in armonia con la natura. Molto tempo prima della Rivoluzione industriale, Homo sapiens conquistò il record, fra tutti gli organismi, di chi portò all'estinzione la maggior parte delle specie vegetali e animali. A noi spetta il triste primato di essere la specie più ferale che esista negli annali della biologia. (Harari, 2014, p. 100).
Se si volesse giudicare moralmente su base etologica il comportamento umano, si scoprirebbe come l'essere umano sia dotato in modo biologico tanto dalle spinte più nobili quanto da quelle più distruttive: in lui convivono forze e aspetti opposti su base filogenetica (ad es. un'etica dell'ostilità e una dell'amicizia, amore e odio...) mostrando contraddizioni che rendono ancor più chiaro il ruolo preminente della cultura. Forse il ritratto umano che ne scaturisce è meno pessimistico di quello delineato da Freud (1927) nel suo famoso Il disagio della civiltà, in quanto si potrebbe sostenere che il "buon senso" umano si basa sull'istinto non meno che l'imperativo categorico kantiano (il Super-Io). Tuttavia, come ricordava sempre Freud (1920), la lotta tra Pulsione di Vita e la Pulsione della Morte rimane sempre viva in quella costante situazione conflittuale che caratterizza la condizione esistenziale di quella strana creatura così simile e così diversa da tutti gli altri animali che è l'uomo.
La società di massa offre oggi agli uomini molte opportunità. Ai progressi della scienza e della tecnica si aggiungono elevate manifestazioni nel campo artistico, la vittoria sulle malattie contagiose, la liberazione da vecchie strutture di potere a opera di forme di governo liberal-democratico, il concetto di giustizia sociale, quello di cooperazione mondiale, l'emancipazione della donna, l'accettazione di diversi sistemi di valori e la formazione di una coscienza umanitaria, quale emerge dalla Carta delle Nazioni Unite.
La società di massa ha però generato anche nuove paure e causato un netto peggioramento della qualità della vita, sia nel campo ecologico che in quello dei rapporti interpersonali. L'utilizzo sconsiderato delle risorse del pianeta, collegato all'aumento delle masse, ha portato a catastrofi ecologiche e altre se ne prospettano, di portata ancora più vasta. L'era dell'euforia nella quale si parlava di società dell'abbondanza, di società del benessere o di società dello spreco, è durata appena un decennio. Da allora sono passati solo pochi anni e già sentiamo che si delinea uno stato di penuria e addirittura alcuni parlano già di società del bisogno. Auguriamoci ora che, nella corsa delle potenze agli armamenti, non si arrivi anche a una competizione per le ultime risorse. (Eibl-Eibesfeldt, 1894/1995., p. 438)
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